Articoli correlati ‘vertenza entrate’

Le bugie della Giunta Pigliaru sul Lavoro

15 June 2016

Dai dati sull’occupazione pubblicati in questi giorni dall’ISTAT emerge un quadro a dir poco a tinte fosche per il lavoro in Sardegna. Malgrado gli annunci di propaganda della Giunta Pigliaru e dell’assessore Mura, che giusto qualche mese fa si affrettavano a proclamare trionfalmente l’uscita dalla crisi commentando i dati sull’occupazione dell’ultimo trimestre del 2015, prendiamo atto invece che la realtà delle cose è ben diversa.

Infatti i numeri per il primo trimestre del 2016 smentiscono platealmente quelle affermazioni: cresce la disoccupazione che arriva al 18,8% facendo registrare uno dei valori peggiori dell’ultimo decennio, compresa la disoccupazione femminile che raggiunge addirittura la soglia del 20%. Dai 111 mila disoccupati del quarto trimestre del 2015 si passa a quasi 130 mila disoccupati dei primi tre mesi del 2016 (con un incremento 4 mila senza lavoro rispetto al primo trimestre del 2015).

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La mamma dei servi è sempre incinta

11 March 2015

In più di 60 anni di autonomia regionale pensavamo di aver visto quanto di peggio una classe dominante possa fare contro la propria terra: piani di “rinascita” per finanziare i propri padroni italiani, inquinare enormi territori e devastare le economie locali; accondiscendenza verso qualsiasi esercito voglia utilizzare la Sardegna come bersaglio per le proprie prove di guerra; negazione sistematica dei diritti economici, sociali e culturali dei sardi per favorire gli interessi dello stato italiano in Sardegna.

Ma, come ormai ci sta abituando, l’attuale giunta Pigliaru è impegnata a fare peggio di tutti i suoi predecessori. È dunque di queste ore la notizia che nella riunione di giunta del 10 Marzo è stata approvata una delibera con cui la giunta rinuncia ai ricorsi pendenti presso la corte costituzionale contro lo stato italiano per le vicende relative alle tasse dovute dallo stato alla Sardegna e mai corrisposte.

A giustificazione di questa scelta sconsiderata, che nega ai sardi la possibilità di far valere i propri diritti, ci sarebbe un accordo con il ministero dell’economia italiano e perfino un “anticipo” delle somme dovute pari a 300 milioni di euro.

Insomma, l’ennesima promessa dello stato italiano e l’ennesima presa in giro per i sardi, che possono vantare un credito miliardario nei confronti dell’Italia.

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Sovranismo, ovvero servilismo + dipendentismo

25 February 2015

Oggi si è consumato l’ultimo tradimento a danno dei cittadini sardi, un tradimento che costerà molto caro allo sviluppo e alle speranze di ripresa della nostra isola. Incredibilmente il consiglio regionale ha bocciato l’agenzia sarda delle entrate ed ha invece autorizzato la giunta a contrarre ulteriori 700 Milioni di Euro di Debiti e lo ha fatto nella maniera più subdola: a scrutinio segreto.

Spesso ci siamo trovati a criticare aspramente gli innumerevoli schiaffi che implacabilmente subiamo dal governo italiano ma quando lo subisci dal consiglio regionale sardo, dall’organo politico che dovrebbe difendere gli interessi del proprio popolo che lo ha eletto, ecco, allora lo “schiaffo” è un tradimento che brucia molto più forte. Una scelta questa che, guardando i numeri del pavido voto segreto, è quasi plebiscitaria: 48 contrari e solo 8 favorevoli.

Nulla di nuovo, direte voi? Il solito servilismo e dipendentismo della nostra classe dominante che piuttosto che far valere i diritti, difendendo gli interessi dei sardi contro lo stato italiano, preferisce caricare sulle spalle dei sardi e delle generazioni future ulteriori debiti che loro – i consiglieri regionali e i loro clientes e portaborse – mai pagheranno.

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ProgReS e la Sardegna a Barcellona: confronto con le Nazioni senza Stato

16 July 2014

Il 19 e 20 luglio ProgReS Progetu Repùblica rappresenterà la Sardegna al “V Congrés Internacional de Poder Constituent”, il congresso internazionale della Nazioni senza Stato organizzato a Barcellona dall’associazione Procés Constituent de Catalunya.

​L’obiettivo di questa importante due-giorni sarà focalizzato sull’ascolto e sul confronto tra diversi processi costituenti nel mondo, da quelli che hanno già portato alla nascita di nuove repubbliche e quelli ancora in corso, che quotidianamente rendono più vicino il compimento del processo di autodeterminazione nazionale. Il fine ultimo con cui parteciperemo all’iniziativa è quello di apprendere gli uni dagli altri, condividere conoscenze ed esperienze e poter strutturare dei rapporti per agire congiuntamente, seguendo la logica del “pensare globale e agire locale”.

Al congresso saranno presenti delegazioni provenienti da tutti i continenti:​ Equador, Grecia, Honduras, Spagna, Stati Uniti, Portogallo, Cile, Islanda, Tunisia, Repubblica Saharaui, Messico, Francia, Galizia, Sardegna e Catalogna​.​​

ProgReS – Progetu Repùblica parteciperà con una propria delegazione a questo importante avvenimento internazionale e il segretario nazionale, Gianluca Collu, sarà chiamato a rappresentare la Sardegna con una propria relazione. In programma per sabato pomeriggio, l’intervento di Collu proporrà un quadro dell’attuale situazione politica sarda e metterà in evidenza lo stato del processo di autodeterminazione nazionale in Sardegna, mettendo l’accento su alcuni temi importanti come quelli della fiscalità e della vertenza entrate, della lingua, dell’istruzione e delle servitù militari.

Riteniamo questo appuntamento un tassello importante per il processo che ci porterà alla costruzione della nostra repubblica: l’attenzione e la cura delle relazioni internazionali è, infatti, un punto fondamentale dell’azione politica del partito e del mandato dell’attuale esecutivo nazionale che riconosce la fondamentale rilevanza di questo specifico momento storico per le Nazioni senza Stato. Costruire, progettare e condividere a partire dalla propria realtà territoriale risulta quanto mai fondamentale per migliorare le condizioni di vita delle nostre genti e per agevolare il processo di avvicinamento all’indipendenza. Accanto ai fratelli catalani, accanto a tutti i popoli che lottano quotidianamente per la propria dignità e libertà.

Maggiori informazioni sull’evento sono disponibili sul sito dedicato: www.poderconstituent.com.

L’intervento del Segretario sarà reso disponibile nei giorni successivi.

Proces Constituent _ manifestu in sardu

Proces Constituent _ manifestu in sardu

 

Programma _ Proces Constituent

Proces Constituent – Programa

 

Proces Constituent _ locandina in catalano

Proces Constituent – locandina in catalano

Ugo Cappellacci e la valigia di cartone

28 November 2013

di Segreteria Nazionale di ProgReS Progetu Repùblica

Quanti soldi abbia speso Ugo Cappellacci per i vari viaggi della speranza a Roma in cerca di elemosinare qualche spicciolo dallo Stato Italiano non è dato saperlo. Ma la cifra non sarebbe comunque paragonabile a quella che la Giunta Regionale avrebbe potuto legittimamente trattenere in Sardegna se solo avesse applicato lo Statuto Autonomo, istituendo una Agenzia Sarda delle Entrate e applicando gli art. 7, 8 e 9 dello Statuto nei termini – legittimi – a noi più favorevoli.

E così oggi, davanti all’ennesimo e prevedibile niet da parte del Governo italiano alle richieste per ottenere la fiscalità di vantaggio, Ugo Cappellacci minaccia di prendere per l’ennesima volta la valigia di cartone e andare a Roma.

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Dalla cucina autonomista il grande classico preelettorale dell’agenzia delle entrate finta

29 May 2013

Come una peperonata digerita male, come uno spicchio d’aglio mangiato per intero, ecco che l’autonomismo ci ripropone l’ARASE, l’Agenzia “regionale” delle entrate e delle riscossioni.

L’ARASE è niente popò di meno che l’Agenzia istituita dalla giunta Soru per occuparsi delle entrate derivanti dalla cosidetta “tassa sul lusso“, tributo istituito direttamente dalla regione dunque. Si trattava di un ente dalle competenze residuali, senza alcuan legame con le imposte di natura statale come IVA, IRPEF, accise, etc. Un ente quindi sostanzialmente inutile al fine di risolvere quello che è il vero problema fiscale in Sardegna, ovvero la vertenza entrate, che a oggi vede lo stato italiano debitore nei confronti della Sardegna di diversi miliardi di euro, come riconosciuto recentemente dalla stessa corte costituzionale italiana.

Cassata dagli organi di vigilanza statali la tassa sul lusso di Soru, la giunta Capellacci aveva messo fine anche all’esistenza dell’ARASE nel 2011.

Ma ora, in piena campagna elettorale, ecco che lo stesso Capellacci ci ripropone un vecchio classico della cucina autonomista/sovranista, cioè l’agenzia della riscossioni e delle “entrate regionali”, come fosse un piatto prelibato, la portata principale di chissà quale pranzo luculliano. Con la finanziaria appena approvata, infatti, la RAS istituisce nuovamente un ente (con naturalmente tutti i dirigenti necessari) che fa tutto fuorchè quello che è necessario fare, ovvero riscuotere tutte le imposte pagate in Sardegna e trattenerne la giusta percentuale di compartecipazione, così come stabilito dallo statuto.

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Reazioni a catena

14 September 2012

Di Salvatora Acampora
Segretario di ProgReS – Progetu Repùblica

Primo, capire cosa succede

I nodi della condizione storica della Sardegna vengono al pettine. Il disagio dei minatori del Sulcis e dei lavoratori dell’Alcoa è la punta di un icebeg molto più grande, grande quanto tutta l’Isola, fatto di deprivazione materiale, culturale e politica, fatto di impoverimento e spopolamento indotti, di speculazioni, di malaffare e di corruzione sistemica, di mitologie debilitanti, di disinformazione sistematica. A garante di tale sistema, la classe dominante sarda, la cui propaggine politica è quella che si occupa di formalizzare e rispecchiare nelle istituzioni gli interessi dei centri di potere da cui dipende la sua legittimazione.

Il problema è complesso, ma non incomprensibile. Bisogna però adottare uno sguardo che consenta di leggerlo in maniera efficace. Sguardo che non può avere quella classe politica che fa della dipendenza e del malessere sociale diffuso la propria ragion d’essere, né i mass media, da tempo organici a tale sistema di dominio più che sua controparte critica.

In questi giorni vediamo che sulla vertenza industriale si scontrano due scuole di pensiero apparentemente in contrasto, ma in realtà complementari e necessarie l’una all’altra. Da una parte chi intende preservare lo status quo indefinitamente, per trarne ancora vantaggio come fatto finora (classe politica unionista/autonomista, sindacati). Dall’altra chi vorrebbe chiudere tutto e abbandonare i lavoratori al proprio destino in quanto coresponsabili della situazione, in nome di astratti principi e di vaghe soluzioni futuribili. Un dibattito vuoto, drogato, inconsistente, alla fin fine funzionale alla desertificazione produttiva, ambientale e umana, tanto del Sulcis-Iglesiente, quanto dell’intera Sardegna.

La Sardegna in realtà fa comodo a tanti, da diversi punti di vista. Il problema – come dice in modo molto significativo l’attuale presidente della Regione Sardegna – sono i sardi. I sardi costituiscono un fastidio. Se non si limitano al ruolo di oggetti passivi, da utilizzare all’occorrenza, insieme al loro territorio e alle loro risorse, risultano di disturbo. È necessario tenerli sotto controllo, togliere loro ogni prospettiva, ogni speranza, ogni coscienza di sé, del proprio posto nel tempo e nello spazio, in modo che si rassegnino a dosi sempre più massicce di costrizione e sfruttamento. I più riottosi si possono sempre spingere ad emigrare. Lo spopolamento, con l’impoverimento demografico, sociale e culturale che ne consegue, è funzionale a rendere più semplice il controllo della situazione. Lo svuotamento della democrazia è indispensabile a sostituire l’esercizio dei diritti di cittadinanza e la partecipazione consapevole alle scelte generali con la richiesta di favori e una prassi di tipo clientelare.

La guerra tra poveri a cui stiamo assistendo anche in questi giorni è dunque un risultato voluto e in larga parte conseguito dal sistema di potere imperante. Chi attacca i minatori asserragliati nel pozzo di Nuraxi Figus o gli operai Alcoa che manifestano sono per lo più lavoratori precari, dipendenti, disoccupati. Tutti facilmente manipolabili dal mainstream mediatico. Nemmeno le vertenze industriali parallele, quelle di Porto Torres e di Ottana, riescono a collegarsi tra loro e con quella sulcitana. Come se fossero questioni isolate e a sé stanti. Il disconoscimento della appartenenza comune a un destino storico condiviso è il nucleo fondante della nostra debolezza collettiva, è il veleno che indebolisce la capacità di discernere i contorni della situazione, le sue cause, i suoi motivi.

Secondo, diciamoci la verità

Quello che ci preme sottolineare, in questa situazione, sono poche cose ma fondamentali.

1) I lavoratori sardi sono lavoratori e sono sardi, come tali nostri fratelli e sorelle, gente nostra, siamo noi. Nessuno di loro è un estraneo da abbandonare al suo destino. Tanto più quando, come nel caso del Sulcis, siamo sull’orlo di una emergenza umanitaria, dove in pochi anni sono andati in fumo migliaia di posti di lavoro, ossia la concreta possibilità di sopravvivere per moltissime famiglie. Aggiungere ulteriore disoccupazione o precarietà in questo contesto significa annientare consapevolmente un’intera comunità. Ma il problema è estensibile a tutta la Sardegna e su questo ci sentiamo di insistere. Siamo tutti sulla stessa barca, condividiamo uno stesso destino. Se non si salvano i lavoratori del Sulcis, non si salverà nessuno di noi. Idem se non si salvano quelli di Porto Torres, di Ottana e di qualsiasi altra area produttiva della Sardegna. È impensabile consentire all’Alcoa o alla Eon o a chiunque altro di abbandonare il territorio sardo senza aver predisposto le condizioni pratiche per un immediato reimpiego dei licenziati e per un contestuale e immediato risanamento ambientale. Lo stato italiano, mandante e complice nelle speculazioni avvenute nel corso del tempo in Sardegna, ha l’obbligo giuridico di provvedere agli stanziamenti necessari, se del caso rivalendosi sulle aziende inadempienti, sui loro beni fisici e finanziari. Subito, adesso. La politica sarda ha il dovere di pretenderlo.

2) Non è pensabile una Sardegna priva di un settore manifatturiero. Sarebbe ragionevole pretendere che restassero sull’Isola anche le produzioni strategiche, come quella dell’alluminio e del PVC. Probabilmente con una pianificazione energetica seria, avviata negli anni scorsi, e una progettazione economica efficente, già oggi sarebbe stato possibile trovarci in una condizione diversa. Ammettiamo che la situazione invece è problematica e che sarà difficile mantenere in Sardegna alluminio e PVC. Pretendiamo però che quei comparti industriali siano immediatamente riconvertiti, dentro un percorso articolato sul breve, medio e lungo termine, inserendo in questo percorso le necessarie bonifiche (per le quali esistono fondi stanziati da anni e mai utilizzati, vorremmo sapere perché e per responsabilità di chi) nonché l’indispensabile pianificazione energetica. Dal discoso industriale e manifatturiero non dovrebbero essere tenuti distinti il comparto agroalimentare e lattiero-caseario, bisognosi anch’essi di una modernizzazione e di un adeguamento alle attuali condizioni del mercato internazionale e ai bisogni interni. Oggi i sardi consumano per l’80% circa derrate alimentari provenienti da fuori. Il che significa non solo dipendere da economie esterne, ma anche dalle fluttuazioni del costo dei trasporti. Al contempo ciò significa anche l’abbandono o il cattivo funzionamento dell’intero settore primario sardo. L’abbandono della politica degli incentivi e dell’assistenzialismo è una condizione indispensabile per il risanamento dell’intero comparto.

3) Parallelamente alla sopravvivenza e, in prospettiva, al rilancio del settore manifatturiero e di quello primario va rigenerato tutto il settore dell’istruzione e della ricerca. Oggi dobbiamo prendere atto di una condizione di progressivo degrado e di sostanziale disimpegno dello stato italiano. Per l’Italia la scuola e l’università in Sardegna non sono strategiche. Dal punto di vista italiano è del tutto ragionevole abbandonarle a se stesse e al limite dismetterle. Occorre una forte mobilitazione politica per appropriarci del controllo e della gestione diretta di questo ambito. Le risorse vanno ricercate nei grandi risparmi che potrebbero essere ottenuti da una seria politica di azzeramento degli sprechi a livello di amministrazioni pubbliche, nella denuncia del patto di stabilità deciso dai governi italiani, nel recupero delle somme dovute dallo stato centrale e mai ottenute dalla Regione Sardegna con ogni mezzo giuridico e legale utilizzabile (vertenza entrate), nell’assunzione del pieno controllo delle nostre entrate tributarie (nel loro ammontare e nella loro riscossione) con l’istituzione di una cassa sarda delle entrate.

4) La Sardegna deve avere il controllo diretto dei propri trasporti esterni e una rete infrastrutturale interna adeguata alle esigenze della popolazione. Ciò è impossibile se a decidere è l’Italia, o centri di interesse esterni all’Isola. In questo ambito si gioca una partita decisiva, strutturale, che non può essere liquidata con trovate propagandistiche o con l’affidamento a monopoli privati. Esistono tutte le condizioni giuridiche ed economiche per pianificare un intervento massiccio in questo settore. Manca semplicemente e drammaticamente la volontà politica di occuparsene.

5) I sardi devono prendere atto che eleggere nel consiglio regionale e al governo della Sardegna dei rappresentanti di partiti italiani (di centro destra o di centro sinistra) o sardi e autonomisti, equivale ed equivarrà sempre a perpetuare questo stato di cose. La nuova veste sovranista che tentano di indossare i vecchi protagonisti della politica in Sardegna altro non è che un nome nuovo per tenere in piedi le logiche e le strutture di potere di sempre, prevalentemente di tipo clientelare. E non vale a niente l’idea della persona per bene. Non ci servono due o tre persone per bene nel consiglio regionale. Serve un progetto collettivo che ci faccia evolvere dallo stato di emarginazione e dipendenza ad uno stato di emancipazione civile e politica. Per fare questo l’arma del voto è sicuramente importante se utilizzata dando fiducia a chi ha progetti e proposte ma non ha mai potuto governare, ovvero gli indipendentisti. L’arma del voto non serve se non è accompagnata da un ritorno dei cittadini sardi alla partecipazione alla politica. Oggi hanno il dovere di partecipare tutti coloro che in questi anni hanno fatto impresa, hanno lavorato nel sociale, nella cultura, nelle istituzioni, chi non ha mai potuto lavorare ma non vede l’ora di farlo. Tutti coloro che silenziosamente hanno costruito e prodotto qualcosa di buono per la Sardegna senza aiuti clientelari, senza favori, senza secondi fini.

Terzo, solidarietà è futuro

Ciò che soprattutto serve, però, è un cambiamento radicale della prospettiva generale. L’ottica utilizzata anche nelle vertenze più accese finora è stata prettamente rivendicazionista, rivolta verso l’Italia, e si è tradotta in un disordinato accavallarsi di proteste e richieste, slegate tra loro e spesso in concorrenza, facilmente gestite da sindacati e partiti politici interessati a non risolvere alcunché. Quello che serve è acquisire una coscienza nazionale forte, sulla quale basare una forma di lotta condivisa. E la stessa lotta non deve essere piegata a logiche subalterne o parziali, settoriali o corporative. Dobbiamo volere tutto e dobbiamo prendercelo noi. Nella situazione storica in cui ci troviamo è doppiamente mortificante che dei lavoratori sardi vadano a Roma a portare il loro disagio e le loro richieste e ricevano manganellate. È semplicemente inammissibile. Per i sardi non è più tempo di prenderle, ma caso mai – in senso metaforico – di darle. Non con degenerazioni violente o populiste, ma con un percorso di unità d’intenti, in cui sia palese che la salvezza dell’operaio sulcitano è la stessa cosa e va insieme alla salvezza dell’insegnante precaria di Nuoro, del contadino di Terralba, della dipendente di una piccola azienda di Sassari, dello studente di Cagliari.

O assumiamo uno sguardo che abbia la Sardegna e i sardi al centro del proprio orizzonte, o saremo destinati, nel giro di una o due generazioni, alla morte civile collettiva. L’esempio che l’11 settembre scorso ci hanno offerto i catalani è molto calzante. Partendo da una rivendicazione molto simile alla nostra vertenza entrate, un intero popolo si è mobilitato, insieme, dal basso. Uno spettacolo emozionante anche per chi aveva già assistito a una Giornata Nazionale Catalana. Era una comunità intera che, sulla base della propria coscienza di essere un popolo e una nazione, non solo chiedeva il riconoscimento dei propri diritti collettivi, ma invocava una soggettività politica pienamente dispiegata: l’indipendenza.

Sappiamo bene che i sardi non sono tutti indipendentisti e che non tutti tra noi condividono la tesi della necessità storica dell’indipendenza della Sardegna. Tuttavia siamo coscienti anche del fatto che l’indipendenza sarà un esito, una conclusione. Prima c’è un percorso da fare. E il nucleo culturale e politico di questo percorso è l’autoriconoscimento come collettività storica a sé stante, la coscienza della propria appartenenza alla Sardegna, alla sua storia, alla sua geografia, a tutto il suo bene e tutto il suo male.

Contribuire alla costruzione di tale coscienza è uno degli obiettivi di ProgReS – Progetu Repùblica. Non per promuovere interessi di parte o di partito, ma per la consapevolezza che è l’unica via percorribile, se si vuole sperare in una condizione materiale migliore. Per i sardi, con i sardi, nel mondo.