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L’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso

6 November 2012

Di Salvatore Acampora
Segretario di ProgReS – Progetu Repùblica

Steve Biko

Studente di medicina all’Università di Natal (Sudafrica), sezione separata per i neri, divenne giovanissimo un attivista politico e nel 1969 fondò il movimento Black Consciousness. La situazione sudafricana esplose il 16 giugno del ’76 con la manifestazione di protesta di Soweto, scaturita in una “bloody sunday” africana che provocò almeno cento vittime tra i manifestanti. Il movimento di Biko, radicale e non-violento, viaggiò sempre parallelamente al più noto African National Congress nel quale militava Nelson Mandela. Steve Biko venne arrestato nel settembre del ’77, fu torturato, incatenato crocifisso alla sua cella, nudo, colpito fino a fracassargli il cranio. L’11 settembre del 1977 era in condizioni critiche, si decise allora di portarlo in ospedale, da Port Elizabeth dov’era detenuto a Pretoria, a più di mille chilometri di distanza. Venne ammanettato e ficcato nudo nel baule di una Land Rover, dove restò per tutto il viaggio. Fu la sua ultima notte.

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ProgReS parteciperà alla manifestazione del 7 novembre

31 October 2012

Di Salvatore Acampora
Segretario di ProgReS – Progetu Repùblica

Il 7 novembre sfileremo anche noi

ProgReS – Progetu Repùblica aderisce alla manifestazione popolare organizzata dalle categorie sociali sarde riunite nella Consulta Rivolutzionaria e dalla CSS.
Quello del 7 novembre a Cagliari è un appuntamento importante. In questo particolare periodo storico riteniamo necessario appoggiare l’espressione popolare dei protagonisti della crisi attuale, i cittadini, abbandonati al proprio destino dalla classe politica autonomista incapace di risolvere i problemi strutturali della Sardegna e sempre più inadeguata a proporre soluzioni credibili alle esigenze dei lavoratori e dei giovani e alle problematiche dell’occupazione e dell’imprenditoria.

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Reazioni a catena

14 September 2012

Di Salvatora Acampora
Segretario di ProgReS – Progetu Repùblica

Primo, capire cosa succede

I nodi della condizione storica della Sardegna vengono al pettine. Il disagio dei minatori del Sulcis e dei lavoratori dell’Alcoa è la punta di un icebeg molto più grande, grande quanto tutta l’Isola, fatto di deprivazione materiale, culturale e politica, fatto di impoverimento e spopolamento indotti, di speculazioni, di malaffare e di corruzione sistemica, di mitologie debilitanti, di disinformazione sistematica. A garante di tale sistema, la classe dominante sarda, la cui propaggine politica è quella che si occupa di formalizzare e rispecchiare nelle istituzioni gli interessi dei centri di potere da cui dipende la sua legittimazione.

Il problema è complesso, ma non incomprensibile. Bisogna però adottare uno sguardo che consenta di leggerlo in maniera efficace. Sguardo che non può avere quella classe politica che fa della dipendenza e del malessere sociale diffuso la propria ragion d’essere, né i mass media, da tempo organici a tale sistema di dominio più che sua controparte critica.

In questi giorni vediamo che sulla vertenza industriale si scontrano due scuole di pensiero apparentemente in contrasto, ma in realtà complementari e necessarie l’una all’altra. Da una parte chi intende preservare lo status quo indefinitamente, per trarne ancora vantaggio come fatto finora (classe politica unionista/autonomista, sindacati). Dall’altra chi vorrebbe chiudere tutto e abbandonare i lavoratori al proprio destino in quanto coresponsabili della situazione, in nome di astratti principi e di vaghe soluzioni futuribili. Un dibattito vuoto, drogato, inconsistente, alla fin fine funzionale alla desertificazione produttiva, ambientale e umana, tanto del Sulcis-Iglesiente, quanto dell’intera Sardegna.

La Sardegna in realtà fa comodo a tanti, da diversi punti di vista. Il problema – come dice in modo molto significativo l’attuale presidente della Regione Sardegna – sono i sardi. I sardi costituiscono un fastidio. Se non si limitano al ruolo di oggetti passivi, da utilizzare all’occorrenza, insieme al loro territorio e alle loro risorse, risultano di disturbo. È necessario tenerli sotto controllo, togliere loro ogni prospettiva, ogni speranza, ogni coscienza di sé, del proprio posto nel tempo e nello spazio, in modo che si rassegnino a dosi sempre più massicce di costrizione e sfruttamento. I più riottosi si possono sempre spingere ad emigrare. Lo spopolamento, con l’impoverimento demografico, sociale e culturale che ne consegue, è funzionale a rendere più semplice il controllo della situazione. Lo svuotamento della democrazia è indispensabile a sostituire l’esercizio dei diritti di cittadinanza e la partecipazione consapevole alle scelte generali con la richiesta di favori e una prassi di tipo clientelare.

La guerra tra poveri a cui stiamo assistendo anche in questi giorni è dunque un risultato voluto e in larga parte conseguito dal sistema di potere imperante. Chi attacca i minatori asserragliati nel pozzo di Nuraxi Figus o gli operai Alcoa che manifestano sono per lo più lavoratori precari, dipendenti, disoccupati. Tutti facilmente manipolabili dal mainstream mediatico. Nemmeno le vertenze industriali parallele, quelle di Porto Torres e di Ottana, riescono a collegarsi tra loro e con quella sulcitana. Come se fossero questioni isolate e a sé stanti. Il disconoscimento della appartenenza comune a un destino storico condiviso è il nucleo fondante della nostra debolezza collettiva, è il veleno che indebolisce la capacità di discernere i contorni della situazione, le sue cause, i suoi motivi.

Secondo, diciamoci la verità

Quello che ci preme sottolineare, in questa situazione, sono poche cose ma fondamentali.

1) I lavoratori sardi sono lavoratori e sono sardi, come tali nostri fratelli e sorelle, gente nostra, siamo noi. Nessuno di loro è un estraneo da abbandonare al suo destino. Tanto più quando, come nel caso del Sulcis, siamo sull’orlo di una emergenza umanitaria, dove in pochi anni sono andati in fumo migliaia di posti di lavoro, ossia la concreta possibilità di sopravvivere per moltissime famiglie. Aggiungere ulteriore disoccupazione o precarietà in questo contesto significa annientare consapevolmente un’intera comunità. Ma il problema è estensibile a tutta la Sardegna e su questo ci sentiamo di insistere. Siamo tutti sulla stessa barca, condividiamo uno stesso destino. Se non si salvano i lavoratori del Sulcis, non si salverà nessuno di noi. Idem se non si salvano quelli di Porto Torres, di Ottana e di qualsiasi altra area produttiva della Sardegna. È impensabile consentire all’Alcoa o alla Eon o a chiunque altro di abbandonare il territorio sardo senza aver predisposto le condizioni pratiche per un immediato reimpiego dei licenziati e per un contestuale e immediato risanamento ambientale. Lo stato italiano, mandante e complice nelle speculazioni avvenute nel corso del tempo in Sardegna, ha l’obbligo giuridico di provvedere agli stanziamenti necessari, se del caso rivalendosi sulle aziende inadempienti, sui loro beni fisici e finanziari. Subito, adesso. La politica sarda ha il dovere di pretenderlo.

2) Non è pensabile una Sardegna priva di un settore manifatturiero. Sarebbe ragionevole pretendere che restassero sull’Isola anche le produzioni strategiche, come quella dell’alluminio e del PVC. Probabilmente con una pianificazione energetica seria, avviata negli anni scorsi, e una progettazione economica efficente, già oggi sarebbe stato possibile trovarci in una condizione diversa. Ammettiamo che la situazione invece è problematica e che sarà difficile mantenere in Sardegna alluminio e PVC. Pretendiamo però che quei comparti industriali siano immediatamente riconvertiti, dentro un percorso articolato sul breve, medio e lungo termine, inserendo in questo percorso le necessarie bonifiche (per le quali esistono fondi stanziati da anni e mai utilizzati, vorremmo sapere perché e per responsabilità di chi) nonché l’indispensabile pianificazione energetica. Dal discoso industriale e manifatturiero non dovrebbero essere tenuti distinti il comparto agroalimentare e lattiero-caseario, bisognosi anch’essi di una modernizzazione e di un adeguamento alle attuali condizioni del mercato internazionale e ai bisogni interni. Oggi i sardi consumano per l’80% circa derrate alimentari provenienti da fuori. Il che significa non solo dipendere da economie esterne, ma anche dalle fluttuazioni del costo dei trasporti. Al contempo ciò significa anche l’abbandono o il cattivo funzionamento dell’intero settore primario sardo. L’abbandono della politica degli incentivi e dell’assistenzialismo è una condizione indispensabile per il risanamento dell’intero comparto.

3) Parallelamente alla sopravvivenza e, in prospettiva, al rilancio del settore manifatturiero e di quello primario va rigenerato tutto il settore dell’istruzione e della ricerca. Oggi dobbiamo prendere atto di una condizione di progressivo degrado e di sostanziale disimpegno dello stato italiano. Per l’Italia la scuola e l’università in Sardegna non sono strategiche. Dal punto di vista italiano è del tutto ragionevole abbandonarle a se stesse e al limite dismetterle. Occorre una forte mobilitazione politica per appropriarci del controllo e della gestione diretta di questo ambito. Le risorse vanno ricercate nei grandi risparmi che potrebbero essere ottenuti da una seria politica di azzeramento degli sprechi a livello di amministrazioni pubbliche, nella denuncia del patto di stabilità deciso dai governi italiani, nel recupero delle somme dovute dallo stato centrale e mai ottenute dalla Regione Sardegna con ogni mezzo giuridico e legale utilizzabile (vertenza entrate), nell’assunzione del pieno controllo delle nostre entrate tributarie (nel loro ammontare e nella loro riscossione) con l’istituzione di una cassa sarda delle entrate.

4) La Sardegna deve avere il controllo diretto dei propri trasporti esterni e una rete infrastrutturale interna adeguata alle esigenze della popolazione. Ciò è impossibile se a decidere è l’Italia, o centri di interesse esterni all’Isola. In questo ambito si gioca una partita decisiva, strutturale, che non può essere liquidata con trovate propagandistiche o con l’affidamento a monopoli privati. Esistono tutte le condizioni giuridiche ed economiche per pianificare un intervento massiccio in questo settore. Manca semplicemente e drammaticamente la volontà politica di occuparsene.

5) I sardi devono prendere atto che eleggere nel consiglio regionale e al governo della Sardegna dei rappresentanti di partiti italiani (di centro destra o di centro sinistra) o sardi e autonomisti, equivale ed equivarrà sempre a perpetuare questo stato di cose. La nuova veste sovranista che tentano di indossare i vecchi protagonisti della politica in Sardegna altro non è che un nome nuovo per tenere in piedi le logiche e le strutture di potere di sempre, prevalentemente di tipo clientelare. E non vale a niente l’idea della persona per bene. Non ci servono due o tre persone per bene nel consiglio regionale. Serve un progetto collettivo che ci faccia evolvere dallo stato di emarginazione e dipendenza ad uno stato di emancipazione civile e politica. Per fare questo l’arma del voto è sicuramente importante se utilizzata dando fiducia a chi ha progetti e proposte ma non ha mai potuto governare, ovvero gli indipendentisti. L’arma del voto non serve se non è accompagnata da un ritorno dei cittadini sardi alla partecipazione alla politica. Oggi hanno il dovere di partecipare tutti coloro che in questi anni hanno fatto impresa, hanno lavorato nel sociale, nella cultura, nelle istituzioni, chi non ha mai potuto lavorare ma non vede l’ora di farlo. Tutti coloro che silenziosamente hanno costruito e prodotto qualcosa di buono per la Sardegna senza aiuti clientelari, senza favori, senza secondi fini.

Terzo, solidarietà è futuro

Ciò che soprattutto serve, però, è un cambiamento radicale della prospettiva generale. L’ottica utilizzata anche nelle vertenze più accese finora è stata prettamente rivendicazionista, rivolta verso l’Italia, e si è tradotta in un disordinato accavallarsi di proteste e richieste, slegate tra loro e spesso in concorrenza, facilmente gestite da sindacati e partiti politici interessati a non risolvere alcunché. Quello che serve è acquisire una coscienza nazionale forte, sulla quale basare una forma di lotta condivisa. E la stessa lotta non deve essere piegata a logiche subalterne o parziali, settoriali o corporative. Dobbiamo volere tutto e dobbiamo prendercelo noi. Nella situazione storica in cui ci troviamo è doppiamente mortificante che dei lavoratori sardi vadano a Roma a portare il loro disagio e le loro richieste e ricevano manganellate. È semplicemente inammissibile. Per i sardi non è più tempo di prenderle, ma caso mai – in senso metaforico – di darle. Non con degenerazioni violente o populiste, ma con un percorso di unità d’intenti, in cui sia palese che la salvezza dell’operaio sulcitano è la stessa cosa e va insieme alla salvezza dell’insegnante precaria di Nuoro, del contadino di Terralba, della dipendente di una piccola azienda di Sassari, dello studente di Cagliari.

O assumiamo uno sguardo che abbia la Sardegna e i sardi al centro del proprio orizzonte, o saremo destinati, nel giro di una o due generazioni, alla morte civile collettiva. L’esempio che l’11 settembre scorso ci hanno offerto i catalani è molto calzante. Partendo da una rivendicazione molto simile alla nostra vertenza entrate, un intero popolo si è mobilitato, insieme, dal basso. Uno spettacolo emozionante anche per chi aveva già assistito a una Giornata Nazionale Catalana. Era una comunità intera che, sulla base della propria coscienza di essere un popolo e una nazione, non solo chiedeva il riconoscimento dei propri diritti collettivi, ma invocava una soggettività politica pienamente dispiegata: l’indipendenza.

Sappiamo bene che i sardi non sono tutti indipendentisti e che non tutti tra noi condividono la tesi della necessità storica dell’indipendenza della Sardegna. Tuttavia siamo coscienti anche del fatto che l’indipendenza sarà un esito, una conclusione. Prima c’è un percorso da fare. E il nucleo culturale e politico di questo percorso è l’autoriconoscimento come collettività storica a sé stante, la coscienza della propria appartenenza alla Sardegna, alla sua storia, alla sua geografia, a tutto il suo bene e tutto il suo male.

Contribuire alla costruzione di tale coscienza è uno degli obiettivi di ProgReS – Progetu Repùblica. Non per promuovere interessi di parte o di partito, ma per la consapevolezza che è l’unica via percorribile, se si vuole sperare in una condizione materiale migliore. Per i sardi, con i sardi, nel mondo.

Istituzioni, Europa, Enti Locali: L’indipendentismo preso a calci

2 August 2012

da L’Unione Sarda del 01/08/2012

La nazionale sarda contro la Catalogna, cinque contro cinque e un pallone al centro: sarà un match solo simbolico, ma sui simboli (si pensi alla Padania) sono stati costruiti grandi movimenti d’opinione, e intere carriere politiche. Si gioca venerdì 3 agosto, alle 21, a Fordongianus: la partita aprirà di fatto i Dies de festa di ProgReS, che proseguiranno fino a domenica, anche se l’appuntamento sportivo non è organizzato ufficialmente dal partito indipendentista.

SPORT E POLITICA A ideare lo scontro di calcio a cinque Sardegna-Catalogna è stata la Fins (Federazione isport natzionale sardu), un’associazione sportiva di chiara impronta identitaria. Il presidente è Gabrielli Cossu, nome noto di ProgReS: ma altri dirigenti non militano nella sigla guidata da Salvatore Acampora e Omar Onnis. Di fatto Fins punta a una federazione sportiva indipendente, proprio sul modello catalano. Ma conserva un rapporto con la Federazione italiana gioco calcio, che fornirà i palloni per l’amichevole (preceduta da quella Sardigna est-Sardigna ovest, come l’altra trasmessa in streaming sul sito progres.net ). In campo ci saranno atleti isolani di alto livello, ma anche gli avversari militano nei massimi campionati di Spagna e dintorni. Qualcuno arriva da Andorra, grazie al cagliaritano Davide Marfella, tecnico del team andorrano.

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I cittadini sardi meritano una classe politica più degna, più preparata e più onesta

18 June 2012

Di Salvatore Acampora,
Segretario di ProgReS – Progetu Repùblica

ProgReS – Progetu Repùblica aveva segnalato per tempo la natura propagandistica e politicamente truffaldina dei referendum del 6 maggio scorso. Non fa purtroppo piacere oggi constatare quanto avessimo avuto ragione. Passate poche settimane, gran parte dei responsi referendari sono stati o ignorati, o aggirati o annullati da nuove decisioni. Ultima in ordine di tempo – e forse quella che ha fatto gridare di più allo scandalo – il ripristino degli emolumenti dei consiglieri regionali.

Su quest’ultimo caso si è sollavata una polemica feroce, specie da parte dell’opinione pubblica più ostile alla cosiddetta casta, più prevenuta verso i partiti in generale. Gli stessi mass media hanno presentato la cosa in termini allarmistici e decisamente semplificatori, contribuendo così all’ondata di sdegno. Anche qui purtroppo dobbiamo constatare come due errori non facciano una cosa giusta. Se erano sbagliati e per molti versi offensivi i referendum demagogici contro la casta promossi dalla stessa casta, altrettanto demagogiche e sconclusionate ci sembrano molte delle reazioni di questi giorni.

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Sovranità, opera in ProgReS

17 June 2012

da L’unione Sarda del 16/06/2012

Esponenti del partito in molte giunte: «Ora atti concreti di autodeterminazione»
Indipendentisti alla prova di governo delle realtà locali

Gli indipendentisti volevano essere messi alla prova del governo locale: la prima occasione arriva dopo le elezioni amministrative. Specie per quelli di ProgReS – Progetu Republica, che piazzano alcuni eletti nei Comuni di seconda fascia (nelle grandi città l’appuntamento è ancora rimandato). E ora si candidano a ruoli di responsabilità nelle giunte.

GLI ELETTI Non sono grandi exploit, più che altro un’avanzata graduale. Progressiva, verrebbe da dire. Però riguarda un partito che fino a sedici mesi fa neppure esisteva. Due consiglieri eletti a Lanusei, nella lista del nuovo sindaco: uno è il segretario nazionale di ProgReS, Salvatore Acampora, l’altro è Nadir Congiu. A Terralba c’è una performance personale clamorosa: Stefano Siddi, con 613 preferenze, è il più votato in assoluto tra i consiglieri eletti nei 62 Comuni che non andranno al ballottaggio. Solo ad Alghero qualcuno ha superato quella soglia, neppure sfiorata invece in centri come Oristano e Selargius: e dire che Terralba non arriva a 10mila elettori. Nel centro dell’Oristanese, ProgReS dovrebbe avere addirittura due assessorati su quattro: oltre a Siddi toccherà anche ad Alessandro Murtas, che ha ottenuto 174 preferenze. La buona prestazione degli indipendentisti, nella lista del sindaco Pietro Paolo Piras, è completata dai 63 voti di Federico Putzolu. C’è il marchio ProgReS a Oniferi, con Maurizio Caddori e Daniela Daga, mentre in liste civiche sparse qua e là ci sono nomi vicini al partito ma non ancora ufficialmente tesserati. E Frantziscu Sanna è il più votato di “Aristanis noa”, che a Oristano ha riunito le varie anime dell’indipendentismo fermandosi però poco oltre il 4 per cento.

LA RIVOLUZIONE È l’esito della svolta di un gruppo accusato, in passato, di essere troppo snob, non volendosi mescolare con altri partiti. Stavolta invece ProgReS non ha fatto liste in solitario, con propri candidati sindaci, ma ha disseminato i propri esponenti in progetti “civici” capaci di proporsi per amministrare le comunità locali. In fondo è stata una presa d’atto di una realtà evidente: almeno per ora, l’indipendentismo di testimonianza da solo non vince. Omar Onnis, presidente del partito, la spiega così: «Noi non facciamo politica per il partito, ma per i sardi. Abbiamo scelto, scientemente, di partecipare come cittadini a progetti condivisi a vantaggio delle nostre città e dei nostri paesi». Onnis parla di «contaminazione», ed è chiaro che contaminarsi comporta anche qualche problema. Per esempio le critiche per le intese con i partiti «italiani». «È proprio perché non crediamo all’indipendentismo settario», riflette il presidente di ProgReS: «Per cambiare la Sardegna bisogna partire dalle realtà locali. Vogliamo costruire pratiche di sovranità reale, per dimostrare che l’indipendentismo è in grado di assumersi responsabilità di governo e per creare la nuova classe dirigente che dovrà farsene carico».

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Comunali, c’è anche Progres «Da noi proposte credibili»: Intervista a Salvatore Acampora

12 May 2012

Il segretario Acampora: incentivare le produzioni locali
Comunali, c’è anche Progres «Da noi proposte credibili»

Unione Sarda, 11 maggio 2012

Vorrebbero essere come il sale della terra. Che non è cosa da nulla, ma a quelli di ProgReS non ha mai fatto difetto l’ambizione di pensare in grande. In fondo, hanno tutta la vita davanti. Nato un anno fa dalla scissione di Irs, Progetu Republica non parteciperà con liste proprie alle amministrative sarde di giugno: «Ma saremo presenti in molte competizioni, coi nostri esponenti», spiega il segretario Salvatore Acampora.

A destra o a sinistra?

«Partecipiamo a progetti civici. Per esempio a Lanusei io e altri siamo in una lista a sostegno di un candidato sindaco fuori dai cliché: 37 anni, leader della Confindustria ogliastrina. Siamo in liste civiche anche altrove, come a Palau».

C’è pure qualche aspirante sindaco indipendentista.

«Pierluigi Annis, a Oristano. Aristanis Noa: non è una lista di Progres ma è dichiaratamente indipendentista, e noi siamo lì».

A Terralba state col Pd.

«Ci sono anche Psd’Az e Fortza Paris, un’intesa basata su competenze e progetti seri. Ma in ogni centro i nostri candidati porteranno tratti distintivi comuni».

Quali sarebbero?

«Il primo: fare proposte credibili. Non è più il tempo di promettere posti di lavoro solo per avere i voti».

F accia qualche esempio di proposta credibile.

«Il ritiro immediato, in tutti i Comuni, della delega a Equitalia per la riscossione dei tributi. Un obbligo previsto dal decreto Salva Italia, ma dimenticato. Eppure consente risparmi. Ma la nostra linea guida è la sostenibilità a 360 gradi».

Che cosa intende?

«Puntare sul risparmio energetico, incentivare le produzioni agricole locali e le mense a chilometri zero. Ma in quel concetto rientra anche il contenimento dei costi dell’amministrazione, a partire dalle consulenze».

E a proposito di limba?

«Progres ha varato un complesso progetto linguistico. Ci sono molte cose che gli enti locali possono fare e non fanno, e magari perdono fondi delle leggi di incentivazione. Ma la lingua fa parte di un più ampio progetto culturale».

In che senso?

«Si sa, per esempio, che un vino etichettato in sardo attrae di più. Si possono fare mappe con indicazioni enogastronomiche o di prodotti artigianali. Funzionano solo i sistemi culturali integrati. Se nel tuo paese hai una biblioteca e qualche sito archeologico, non puoi che metterli in rete».

Ha votato per i referendum di domenica scorsa?

«No. Tra noi ci sono posizioni differenziate, ma certe riforme le poteva fare il Consiglio regionale».

E del referendum di Doddore Meloni, cosa pensa?

«Ognuno fa la sua battaglia. Noi abbiamo il Fiocco verde: la legge sull’Agenzia entrate sarda. Ma se si terrà il referendum voterò e inciterò a votare».

(g. m.)