Reportage sulle recenti elezioni plebiscitarie di Luca Carta Escana – attivista di ProgReS Progetu Repùblica

Vivere quanto accade in Catalogna è credere in un avvenire possibile, accanto ad un popolo protagonista di una storia originale, titolare di un forziere traboccante di lingue, simboli e culture; è rigettare l’idea che la lotta di liberazione sia irrimediabilmente affetta da capopopulismo, morbo che spinge tanti a mettersi al riparo di pochi; è preferire il gioco di squadra ad iniziative solitarie ed estemporanee, rimarcandone il valore strategico, promuovendo il dialogo con tenacia. Partecipare è cogliere l’impegno delle donne in politica, riconoscendolo per quel che è: un fatto normale, giusto, vitale; consente di apprendere nuovi strumenti di contrasto verso uno Stato accentratore e giustizialista; è ascoltare la chiamata del nostro presente, ribellione nonviolenta per cambiare volto a questa Europa.

Domenica 27 settembre 2015. E’ la mattina del 27-S; il popolo catalano va alle urne per esercitare il dret a decidir, il diritto di decidere del proprio futuro. Nella più intensa campagna elettorale dalla caduta della dittatura franchista, catalane e catalani scelgono quale forma di governo dare al Paese. Certo i sondaggi han fatto la loro parte, eppure si avverte una certa polarizzazione. Per rendersi conto di questa divisione di sentimenti è sufficiente passeggiare per le strade della capitale, Barcelona: osservando i balconi delle abitazioni tante sono le bandiere appese; stupisce l’assenza di manifesti e di slogan scritti. Sembra che le parti contendenti – favorevoli all’indipendenza vs contrari – utilizzino lo stesso linguaggio; ma, ad uno sguardo più attento, spiccano il rosso, il giallo… ed il blu.

In giro l’atmosfera è serena. Passeggiamo per Port Vell, mescolandoci a ciclisti, corridori e giostrai; qualcuno, che non conosciamo, condivide il suo entusiasmo per il Sì. Perché queste elezioni – non a caso definite “plebiscitarie” – assomigliano ad un referendum, il cui quesito sarebbe stato: Vol que Catalunya esdevingui un Estat independent?

Fedeli al principio di non separare politica e cultura, visitiamo il vicino Museu d’Història de Catalunya. Aperto nel 1996, MHC nasce dal recupero di un edificio commerciale di fine Ottocento. Prezzo onesto, staff giovane, optiamo per l’esposizione permanente. Si parte con un’introduzione ai principali siti archeologici catalani. Buono l’apparato fotografico, l’intento è quello di far conoscere i paesaggi vicini. Vicini? Prima questione: il sito di Talteull (Rossellò) vanta “i più antichi resti di Homo erectus” finora rinvenuti; sebbene si tratti di un ritrovamento importante – datato a circa 450mila anni fa – sarà utile ricordare come ve ne siano stati di precedenti. Però cosa dire quando realizziamo che “Talteull” è Tautavel, in Languedoc-Roussillon, odierna regione amministrativa in territorio francese? Il punto è questo: il museo rivendica la “catalanità” della comarca del Rossellò, e la esibisce. Meglio approfondire. Le comarques de Catalunya furono suddivisioni territoriali istituite dalla Generalitat – il governo catalano – nel 1936; la Guerra civile spagnola le spazzerà via. Tornato il regime democratico, rinasceranno nel 1987. Fu invece il Trattato dei Pirenei, siglato nel 1659 da Spagna e Francia, a sancire il passaggio del Rossellò a quest’ultima. Esito della Guerra dels Segadors [dei Mietitori], che vide schierarsi la monarchia spagnola da una parte, le truppe catalane e francesi dall’altra. Vedremo in seguito come il ricordo del conflitto sia entrato a far parte dell’immaginario collettivo. Ricapitolando: in merito alla linea seguita dal Museu, ci troviamo di fronte ad una sorta di irredentismo, o piuttosto ad una struttura pubblica che infrange confortevoli confini, fotografando un processo in atto nella società?

Lasciate le sale introduttive, l’esposizione si concentra sull’incontro dei Paesi Catalani con le civiltà greca e punica, nonché sullo scontro con il potere imperiale romano (del quale non viene taciuta l’opera di colonizzazione perseguita nei secoli). È poi la volta del cristianesimo con le sue comunità, per lasciare dunque la scena alla calata dei Visigoti ed alla creazione del regno di Toledo. Ogni pannello descrittivo è trilingue – in catalano, castigliano ed inglese -, conciso e perfettamente leggibile. Alcuni reperti parlano il latino, il greco, l’arabo: è un piacere immergersi in una così ricca varietà. Tra sante e cavalieri saliamo al piano superiore ed eccoci in uno spazio intitolato “Naixement d’una Naciò” [Nàscida de una Natziòni]. Si fa riferimento alla conquista araba della penisola iberica, alla fondazione della al-Andalus. Così, dall’invenzione della noria (che rivoluzionerà i metodi di irrigazione), avanti fino al XII secolo, quando “sa cunchista de sa Catalugna Noa, s’acàpiu chi s’ammàniat cun s’Occitània e s’unioni dinàstiga impàri cun s’Aragòna afòrtiant s’istadu nou”.

Facciamo ora un passo indietro. Siamo ad un incrocio, in cui realtà e finzione si (con)fondono. Vediamo un manichino, raffigurante re Carlo il Calvo, al fianco di un altro: è Goffredo il Villoso, disteso in fin di vita. Il sovrano lo assiste e, quale estremo tributo, segna lo scudo dorato bagnandosi le dita nel sangue del morente. L’installazione vorrebbe essere drammatica e, dove la leggenda cede il passo alla verità storica (Carlo il Calvo morirà vent’anni prima di Goffredo), abbiamo comunque modo di interrogarci sull’origine della senyera, il vessillo nazionale. Simboli sui quali conviene riflettere, curando – se non quando riposizionando – le tessere della propria identità, della nostra appartenenza. Dobbiamo andare, ma prima un’ultima sorpresa. Usciti dall’ultima sala, ecco una teca che recita “El Museu presenta…“: come fosse una reliquia, ecco una estelada – bandiera dell’indipendentismo catalano – in un esemplare risalente al 1915. Sapientemente restaurata, rappresenta il gioiello dell’intera collezione, e l’istituto ne fa motivo di vanto. Tessuto che ha osato sfidare il tempo / Stella che pulsi, mentre il Paese decide di sé.

Nuovamente in strada. Si diffondono appelli ad andare a votare, nella convinzione che agire la democrazia aiuterà gli antindipendentisti. Stranezze note a tutte le latitudini. Et voilà la basilica di Santa Maria del Mar! Imponente espressione del gotico catalano, fu eretta nel Trecento grazie alle donazioni ed al lavoro degli abitanti del quartiere La Ribera. Tra di essi si distinsero i bastaixos [is bastàxus; gli scaricatori di porto] i quali, una volta svuotati i lontani vascelli, trasportarono le pietre nella Plaça del Born. Questo splendore è pure Vostro. La chiesa venne seriamente danneggiata durante l’assedio di Barcelona nel 1713 e 1714, e la disfatta viene commemorata l’11 settembre di ogni anno, in occasione della Diada Nacional de Catalunya. Sempre a questo doloroso evento è dedicato il vicino Fossar de les Moreres, stravagante monumento ai Martiri. Una signora sistema dei fiori con delicatezza, mentre la fiaccola arde in Vostra memoria; ma quando faremo autocritica su come onoriamo i nostri caduti?

Si è fatta sera, la nit electoral incombe.

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