Reportage sulle recenti elezioni plebiscitarie di Luca Carta Escana – attivista di ProgReS Progetu Repùblica

Aquí és nostre capitá,
aquí és nostra bandera.

Venerdì 25 settembre 2015. Eccoci alla chiusura della campagna elettorale; in gioco un voto che può cambiare la Storia (El vot de la teva vida, si dirà). Facciamo ordine: da una parte ci sono la coalizione indipendentista e civica di Junts pel Sí [Insieme per il Sì] ed il partito della CUP (Candidatura d’Unitat Popular); dall’altra abbiamo gli antindipendentisti del PPC (Partito Popolare spagnolo in Catalogna), quelli del PSC (Partito dei Socialisti spagnoli in Catalogna), di C’s (Ciudadanos, ovvero Cittadini), oltre che dell’UDC (Unió Democràtica de Catalunya) e di Catalunya Sí que es Pot (ICV, EUiA, Equo + Podemos), favorevoli ad un referendum per l’autodeterminazione del popolo catalano, eppure pronti a schierarsi per il No. Ci risiamo: il solito vizietto unionista…

Se si vuol conoscere in profondità questo Paese è necessario visitare il Museu Nacional d’Art de Catalunya. Situato all’interno del sontuoso Palau Nacional in cima a Montjuíc (Barcelona), il MNAC è lo scrigno di ciò che la Catalogna ha saputo donare al mondo. La collezione permanente svaria dall’arte medievale – romanica e gotica – a quella rinascimentale e barocca, con ulteriori spazi dedicati all’arte moderna, al disegno, alla fotografia, alla numismatica. Solo nelle sale consacrate al Romanico tanti i gioielli da segnalare; tra di essi possiamo ammirare la Majestat Batlló, scultura risalente alla metà del XII secolo che ritrae Cristo trionfante vestito con una raffinata tunica orientaleggiante.

Il Museu Nacional d’Art de Catalunya racconta un’altra vicenda tanto interessante quanto attuale. Parliamo degli affreschi della Sala Capitular del monastero di Santa María de Sixena (in catalano), che il MNAC espone oggi con orgoglio. Villanueva de Sigena è un comune di nemmeno 500 abitanti situato nella confinante comunidad autónoma dell’Aragón [Aragona]; nell’agosto del 1936 un incendio ne devastò il monastero, molte opere andarono perdute per sempre ed umana nefandezza fu il profanare le tombe dei re aragonesi (qui ospitate da tempo). Alcuni affreschi vennero letteralmente salvati a Guerra Civil in corso, per essere dunque portati a Barcelona. E sarà la titolarità della vasta opera ad accendere una disputa decennale, che recentemente ha visto il Comune di Villanueva de Sigena ed il Governo dell’Aragona fare causa alla Generalitat de Catalunya (a cui fa capo il MNAC). A breve verrà emessa una sentenza, e non è detto che sarà quella definitiva.

Nuovamente sui simboli nazionali. Come già accennato, a distanza di circa quattro secoli la Guerra dels Segadors scalda ancora gli animi, fa riflettere, alimenta il dibattito storico e politico. Ma da dove deriva questo desiderio di non dimenticare, di dare dignità al proprio passato? Molto fece la Renaixença, il movimento culturale che nel corso dell’Ottocento intese fare rinascere la lingua e la letteratura catalana, riscattandole dalla decadenza in cui erano precipitate a partire dal Cinquecento. Ora, se il Paese ha il suo inno ufficiale lo deve ad uno dei maggiori esponenti del Rinascimento catalano, Manuel Milà i Fontanals. Fu infatti lo scrittore e filologo a pubblicare nel 1882 la raccolta Romancerillo Catalán, nella quale incluse i versi de La guerra de los segadores. Il brano, appartenente alla tradizione orale e risalente al XVII secolo, narra le vicende del Corpus de Sang: è il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, e centinaia di mietitori armati di falce e di un Cristo velato di nero si ribellano ai crimini commessi dagli sgherri del conte duca d’Olivares. Quest’ultimo, valido del re Filippo IV, era stato per anni l’esecutore di una politica centralista e vessatoria nei confronti del popolo, che esasperato finì col reagire.

L’autore della parte musicale di Els Segadors è il compositore e pianista Francesc Alió i Brea, che rielaborò il testo riscoperto da Milà i Fontanals. Dapprima introdusse il ritornello “Bon cop de falç, defensors de la terra”, mentre per la melodia pare s’ispirò ad un’altra canzone catalana che descriveva un altro genere di imprese: la falce la metteva l’uomo; il campo d’avena la donna… si seus cumprèndius. Nel 1899 fu infine organizzato un concorso per dare all’inno una nuova veste lirica (in seguito ufficialmente adottata); ad imporsi fu il poeta e traduttore Emili Guanyavents i Jané, grazie ad una versione senza elementi religiosi ma non per questo meno peccaminosa.

La sera restiamo nella capitale e ci rechiamo in piazza Puig i Cadafalch, dove si svolgerà il comizio finale della coalizione Junts pel Sí. Immersi in un clima di festa, le attiviste e gli attivisti accolgono i nuovi arrivati; sono presenti decine di migliaia di persone e fatichiamo a farci spazio tra la folla. Questi uomini e queste donne semineranno consenso fino a quando potranno (a mezzanotte cala il silenzio elettorale). Il palco che dà il fianco al Palau Nacional tutto illuminato; i megaschermi, potenti altoparlanti e birrà a volontà; gli stand per sostenere la Causa, il servizio di sicurezza. Il volto professionale, contemporaneo e perché no spettacolare dell’indipendentismo europeo.

Prendono la parola i capitani della squadra di JxSí, che queste elezioni le vuole vincere per davvero; mica fare testimonianza. A questo si riferisce Oriol Junqueras, presidente di Esquerra Repúblicana de Catalunya, quando al microfono ricorda la promessa fatta ai propri nonni per la conquista della libertà: “I aquest dia ha arribat” [E custa dì est arribàda]. Qualcuno intona Els Segadors, e lo si canta in coro. È poi la volta di Artur Mas, di fatto ancora alla guida del Govern: “Una nació que no tè ànima és una nació sense futur”, e dichiara solennemente che il popolo catalano ha dimostrato di averne una. Alcune ragazze in t-shirt gradiscono assai e gridano: “President! President!” [su questo ritorneremo]. Ultimo a prendere la parola è Raül Romeva, indipendente, già europarlamentare e membro dell’intergruppo LGBT a Strasburgo. Si esprime in lingua catalana con naturalezza, proprio come tutti gli altri: “Volíem ser 100.000 candidats i ho hem superat. Som la llista més multitudinària d’Europa!”. Oltre centomila candidature per fare il nuovo Stato: “Ho farem i ho farem bé”. Conclude: “Diumenge serem el vent i guanyarem!” [Domìnigu eus a essi su bentu e eus a binci!]. Essere il vento… Tripudio finale, parte il DJ set: Coldplay, The Black Eyed Peas, Bruno Mars. È il momento di raccogliere, è ora di vincere.

Ascolta “Els Segadors” (live)

Immagine: El Corpus de Sang (1907) di Antoni Estruch i Bros – Museu d’Art de Sabadell, Catalogna

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