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Contro l’omofobia, per una Sardegna includente

17 May 2016

di Daniela Concas
Attivista di ProgReS Progetu Repùblica
Candidata nella Lista ProgReS per Cagliari Città Capitale

Il 17 maggio è la giornata internazionale contro l’omofobia, promossa dall’Unione Europea e celebrata dal 2005, anno in cui l’OMS la rimosse dalla lista delle così dette “malattie mentali”.

OMOFOBIA: dal greco homios che significa “stesso, medesimo” e fobos, “paura”, designa una paura irrazionale, quella del diverso da se: in ultima analisi è un timore ossessivo di scoprirsi omosessuali. È perciò uno sbilanciamento tra “se” e “l’altro” che si esprime in una condanna e un giudizio verso il prossimo. Una comportamento che porta a considerazioni più profonde verso una società che divide creando solchi e verso coloro che portano avanti etichette sprezzanti, rigide e inflessibili verso l’omosessualità.

L’omofobia è quindi, in questi termini, un atto intrisecamente violento, tanto più nel contravvenire ai principi primi che regolano la nostra convivenza civile. Anche la costituzione dello stato italiano, pur non esplicitando orientamenti sessuali ne palesa la libertà di scelta: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.. [..] “.

Ancora più esplicito si fa il decreto legge del 19 luglio 2003 n 216, che tutelando le discriminazioni sul luogo di lavoro esplicita la questione dell’orientamento sessuale. Molti altri testi di legge o loro proposte espliciteranno tali principi di non discriminazione, che dovrebbero essere coerenti con una società autodefinitasi “democratica e civile” come la nostra.

Tutto questo fino all’importantissimo passo attuato e ottenuto con l’approvazione definitiva alla Camera l’11 maggio 2016, che riconoscendo le unioni civili riconosce anche legalmente (e finalmente) le coppie omosessuali.

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Catalunya 2015. Uniti si vince.

27 November 2015

Reportage sulle recenti elezioni plebiscitarie di Luca Carta Escana – attivista di ProgReS Progetu Repùblica

Uniti si vince, divisi si perde. È sorprendente con quale facilità si possa sintetizzare un grande rito di popolo qual è un’elezione; eppure è necessario calarsi in profondità, analizzare mappe e dati, prestare ascolto ai sommovimenti in atto, interrogarsi sul presente e sulle prospettive per il Paese in questione.

La campagna messa in piedi dagli antindipendentisti in Catalogna – partiti politici, associazione spagnola delle banche e confederazione delle casse di risparmio, il Banco de España (la banca centrale spagnola), il potere mediatico da un lato e quello economico parastatale dall’altro – questo intero blocco si è contraddistinto per la volontà di spaventare chi intendesse esercitare il proprio diritto di decidere. Vediamo se vi è riuscito.

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Catalunya 2015. Custa est s’ora.

13 November 2015

Reportage sulle recenti elezioni plebiscitarie di Luca Carta Escana – attivista di ProgReS Progetu Repùblica

Aquí és nostre capitá,
aquí és nostra bandera.

Venerdì 25 settembre 2015. Eccoci alla chiusura della campagna elettorale; in gioco un voto che può cambiare la Storia (El vot de la teva vida, si dirà). Facciamo ordine: da una parte ci sono la coalizione indipendentista e civica di Junts pel Sí [Insieme per il Sì] ed il partito della CUP (Candidatura d’Unitat Popular); dall’altra abbiamo gli antindipendentisti del PPC (Partito Popolare spagnolo in Catalogna), quelli del PSC (Partito dei Socialisti spagnoli in Catalogna), di C’s (Ciudadanos, ovvero Cittadini), oltre che dell’UDC (Unió Democràtica de Catalunya) e di Catalunya Sí que es Pot (ICV, EUiA, Equo + Podemos), favorevoli ad un referendum per l’autodeterminazione del popolo catalano, eppure pronti a schierarsi per il No. Ci risiamo: il solito vizietto unionista…

Se si vuol conoscere in profondità questo Paese è necessario visitare il Museu Nacional d’Art de Catalunya. Situato all’interno del sontuoso Palau Nacional in cima a Montjuíc (Barcelona), il MNAC è lo scrigno di ciò che la Catalogna ha saputo donare al mondo. La collezione permanente svaria dall’arte medievale – romanica e gotica – a quella rinascimentale e barocca, con ulteriori spazi dedicati all’arte moderna, al disegno, alla fotografia, alla numismatica. Solo nelle sale consacrate al Romanico tanti i gioielli da segnalare; tra di essi possiamo ammirare la Majestat Batlló, scultura risalente alla metà del XII secolo che ritrae Cristo trionfante vestito con una raffinata tunica orientaleggiante.

Il Museu Nacional d’Art de Catalunya racconta un’altra vicenda tanto interessante quanto attuale. Parliamo degli affreschi della Sala Capitular del monastero di Santa María de Sixena (in catalano), che il MNAC espone oggi con orgoglio. Villanueva de Sigena è un comune di nemmeno 500 abitanti situato nella confinante comunidad autónoma dell’Aragón [Aragona]; nell’agosto del 1936 un incendio ne devastò il monastero, molte opere andarono perdute per sempre ed umana nefandezza fu il profanare le tombe dei re aragonesi (qui ospitate da tempo). Alcuni affreschi vennero letteralmente salvati a Guerra Civil in corso, per essere dunque portati a Barcelona. E sarà la titolarità della vasta opera ad accendere una disputa decennale, che recentemente ha visto il Comune di Villanueva de Sigena ed il Governo dell’Aragona fare causa alla Generalitat de Catalunya (a cui fa capo il MNAC). A breve verrà emessa una sentenza, e non è detto che sarà quella definitiva.

Nuovamente sui simboli nazionali. Come già accennato, a distanza di circa quattro secoli la Guerra dels Segadors scalda ancora gli animi, fa riflettere, alimenta il dibattito storico e politico. Ma da dove deriva questo desiderio di non dimenticare, di dare dignità al proprio passato? Molto fece la Renaixença, il movimento culturale che nel corso dell’Ottocento intese fare rinascere la lingua e la letteratura catalana, riscattandole dalla decadenza in cui erano precipitate a partire dal Cinquecento. Ora, se il Paese ha il suo inno ufficiale lo deve ad uno dei maggiori esponenti del Rinascimento catalano, Manuel Milà i Fontanals. Fu infatti lo scrittore e filologo a pubblicare nel 1882 la raccolta Romancerillo Catalán, nella quale incluse i versi de La guerra de los segadores. Il brano, appartenente alla tradizione orale e risalente al XVII secolo, narra le vicende del Corpus de Sang: è il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, e centinaia di mietitori armati di falce e di un Cristo velato di nero si ribellano ai crimini commessi dagli sgherri del conte duca d’Olivares. Quest’ultimo, valido del re Filippo IV, era stato per anni l’esecutore di una politica centralista e vessatoria nei confronti del popolo, che esasperato finì col reagire.

L’autore della parte musicale di Els Segadors è il compositore e pianista Francesc Alió i Brea, che rielaborò il testo riscoperto da Milà i Fontanals. Dapprima introdusse il ritornello “Bon cop de falç, defensors de la terra”, mentre per la melodia pare s’ispirò ad un’altra canzone catalana che descriveva un altro genere di imprese: la falce la metteva l’uomo; il campo d’avena la donna… si seus cumprèndius. Nel 1899 fu infine organizzato un concorso per dare all’inno una nuova veste lirica (in seguito ufficialmente adottata); ad imporsi fu il poeta e traduttore Emili Guanyavents i Jané, grazie ad una versione senza elementi religiosi ma non per questo meno peccaminosa.

La sera restiamo nella capitale e ci rechiamo in piazza Puig i Cadafalch, dove si svolgerà il comizio finale della coalizione Junts pel Sí. Immersi in un clima di festa, le attiviste e gli attivisti accolgono i nuovi arrivati; sono presenti decine di migliaia di persone e fatichiamo a farci spazio tra la folla. Questi uomini e queste donne semineranno consenso fino a quando potranno (a mezzanotte cala il silenzio elettorale). Il palco che dà il fianco al Palau Nacional tutto illuminato; i megaschermi, potenti altoparlanti e birrà a volontà; gli stand per sostenere la Causa, il servizio di sicurezza. Il volto professionale, contemporaneo e perché no spettacolare dell’indipendentismo europeo.

Prendono la parola i capitani della squadra di JxSí, che queste elezioni le vuole vincere per davvero; mica fare testimonianza. A questo si riferisce Oriol Junqueras, presidente di Esquerra Repúblicana de Catalunya, quando al microfono ricorda la promessa fatta ai propri nonni per la conquista della libertà: “I aquest dia ha arribat” [E custa dì est arribàda]. Qualcuno intona Els Segadors, e lo si canta in coro. È poi la volta di Artur Mas, di fatto ancora alla guida del Govern: “Una nació que no tè ànima és una nació sense futur”, e dichiara solennemente che il popolo catalano ha dimostrato di averne una. Alcune ragazze in t-shirt gradiscono assai e gridano: “President! President!” [su questo ritorneremo]. Ultimo a prendere la parola è Raül Romeva, indipendente, già europarlamentare e membro dell’intergruppo LGBT a Strasburgo. Si esprime in lingua catalana con naturalezza, proprio come tutti gli altri: “Volíem ser 100.000 candidats i ho hem superat. Som la llista més multitudinària d’Europa!”. Oltre centomila candidature per fare il nuovo Stato: “Ho farem i ho farem bé”. Conclude: “Diumenge serem el vent i guanyarem!” [Domìnigu eus a essi su bentu e eus a binci!]. Essere il vento… Tripudio finale, parte il DJ set: Coldplay, The Black Eyed Peas, Bruno Mars. È il momento di raccogliere, è ora di vincere.

Ascolta “Els Segadors” (live)

Immagine: El Corpus de Sang (1907) di Antoni Estruch i Bros – Museu d’Art de Sabadell, Catalogna

Leggi la prima parte

Catalunya 2015. Prove tecniche di vittoria

6 November 2015

Reportage sulle recenti elezioni plebiscitarie di Luca Carta Escana – attivista di ProgReS Progetu Repùblica

Vivere quanto accade in Catalogna è credere in un avvenire possibile, accanto ad un popolo protagonista di una storia originale, titolare di un forziere traboccante di lingue, simboli e culture; è rigettare l’idea che la lotta di liberazione sia irrimediabilmente affetta da capopopulismo, morbo che spinge tanti a mettersi al riparo di pochi; è preferire il gioco di squadra ad iniziative solitarie ed estemporanee, rimarcandone il valore strategico, promuovendo il dialogo con tenacia. Partecipare è cogliere l’impegno delle donne in politica, riconoscendolo per quel che è: un fatto normale, giusto, vitale; consente di apprendere nuovi strumenti di contrasto verso uno Stato accentratore e giustizialista; è ascoltare la chiamata del nostro presente, ribellione nonviolenta per cambiare volto a questa Europa.

Domenica 27 settembre 2015. E’ la mattina del 27-S; il popolo catalano va alle urne per esercitare il dret a decidir, il diritto di decidere del proprio futuro. Nella più intensa campagna elettorale dalla caduta della dittatura franchista, catalane e catalani scelgono quale forma di governo dare al Paese. Certo i sondaggi han fatto la loro parte, eppure si avverte una certa polarizzazione. Per rendersi conto di questa divisione di sentimenti è sufficiente passeggiare per le strade della capitale, Barcelona: osservando i balconi delle abitazioni tante sono le bandiere appese; stupisce l’assenza di manifesti e di slogan scritti. Sembra che le parti contendenti – favorevoli all’indipendenza vs contrari – utilizzino lo stesso linguaggio; ma, ad uno sguardo più attento, spiccano il rosso, il giallo… ed il blu.

In giro l’atmosfera è serena. Passeggiamo per Port Vell, mescolandoci a ciclisti, corridori e giostrai; qualcuno, che non conosciamo, condivide il suo entusiasmo per il Sì. Perché queste elezioni – non a caso definite “plebiscitarie” – assomigliano ad un referendum, il cui quesito sarebbe stato: Vol que Catalunya esdevingui un Estat independent?

Fedeli al principio di non separare politica e cultura, visitiamo il vicino Museu d’Història de Catalunya. Aperto nel 1996, MHC nasce dal recupero di un edificio commerciale di fine Ottocento. Prezzo onesto, staff giovane, optiamo per l’esposizione permanente. Si parte con un’introduzione ai principali siti archeologici catalani. Buono l’apparato fotografico, l’intento è quello di far conoscere i paesaggi vicini. Vicini? Prima questione: il sito di Talteull (Rossellò) vanta “i più antichi resti di Homo erectus” finora rinvenuti; sebbene si tratti di un ritrovamento importante – datato a circa 450mila anni fa – sarà utile ricordare come ve ne siano stati di precedenti. Però cosa dire quando realizziamo che “Talteull” è Tautavel, in Languedoc-Roussillon, odierna regione amministrativa in territorio francese? Il punto è questo: il museo rivendica la “catalanità” della comarca del Rossellò, e la esibisce. Meglio approfondire. Le comarques de Catalunya furono suddivisioni territoriali istituite dalla Generalitat – il governo catalano – nel 1936; la Guerra civile spagnola le spazzerà via. Tornato il regime democratico, rinasceranno nel 1987. Fu invece il Trattato dei Pirenei, siglato nel 1659 da Spagna e Francia, a sancire il passaggio del Rossellò a quest’ultima. Esito della Guerra dels Segadors [dei Mietitori], che vide schierarsi la monarchia spagnola da una parte, le truppe catalane e francesi dall’altra. Vedremo in seguito come il ricordo del conflitto sia entrato a far parte dell’immaginario collettivo. Ricapitolando: in merito alla linea seguita dal Museu, ci troviamo di fronte ad una sorta di irredentismo, o piuttosto ad una struttura pubblica che infrange confortevoli confini, fotografando un processo in atto nella società?

Lasciate le sale introduttive, l’esposizione si concentra sull’incontro dei Paesi Catalani con le civiltà greca e punica, nonché sullo scontro con il potere imperiale romano (del quale non viene taciuta l’opera di colonizzazione perseguita nei secoli). È poi la volta del cristianesimo con le sue comunità, per lasciare dunque la scena alla calata dei Visigoti ed alla creazione del regno di Toledo. Ogni pannello descrittivo è trilingue – in catalano, castigliano ed inglese -, conciso e perfettamente leggibile. Alcuni reperti parlano il latino, il greco, l’arabo: è un piacere immergersi in una così ricca varietà. Tra sante e cavalieri saliamo al piano superiore ed eccoci in uno spazio intitolato “Naixement d’una Naciò” [Nàscida de una Natziòni]. Si fa riferimento alla conquista araba della penisola iberica, alla fondazione della al-Andalus. Così, dall’invenzione della noria (che rivoluzionerà i metodi di irrigazione), avanti fino al XII secolo, quando “sa cunchista de sa Catalugna Noa, s’acàpiu chi s’ammàniat cun s’Occitània e s’unioni dinàstiga impàri cun s’Aragòna afòrtiant s’istadu nou”.

Facciamo ora un passo indietro. Siamo ad un incrocio, in cui realtà e finzione si (con)fondono. Vediamo un manichino, raffigurante re Carlo il Calvo, al fianco di un altro: è Goffredo il Villoso, disteso in fin di vita. Il sovrano lo assiste e, quale estremo tributo, segna lo scudo dorato bagnandosi le dita nel sangue del morente. L’installazione vorrebbe essere drammatica e, dove la leggenda cede il passo alla verità storica (Carlo il Calvo morirà vent’anni prima di Goffredo), abbiamo comunque modo di interrogarci sull’origine della senyera, il vessillo nazionale. Simboli sui quali conviene riflettere, curando – se non quando riposizionando – le tessere della propria identità, della nostra appartenenza. Dobbiamo andare, ma prima un’ultima sorpresa. Usciti dall’ultima sala, ecco una teca che recita “El Museu presenta…“: come fosse una reliquia, ecco una estelada – bandiera dell’indipendentismo catalano – in un esemplare risalente al 1915. Sapientemente restaurata, rappresenta il gioiello dell’intera collezione, e l’istituto ne fa motivo di vanto. Tessuto che ha osato sfidare il tempo / Stella che pulsi, mentre il Paese decide di sé.

Nuovamente in strada. Si diffondono appelli ad andare a votare, nella convinzione che agire la democrazia aiuterà gli antindipendentisti. Stranezze note a tutte le latitudini. Et voilà la basilica di Santa Maria del Mar! Imponente espressione del gotico catalano, fu eretta nel Trecento grazie alle donazioni ed al lavoro degli abitanti del quartiere La Ribera. Tra di essi si distinsero i bastaixos [is bastàxus; gli scaricatori di porto] i quali, una volta svuotati i lontani vascelli, trasportarono le pietre nella Plaça del Born. Questo splendore è pure Vostro. La chiesa venne seriamente danneggiata durante l’assedio di Barcelona nel 1713 e 1714, e la disfatta viene commemorata l’11 settembre di ogni anno, in occasione della Diada Nacional de Catalunya. Sempre a questo doloroso evento è dedicato il vicino Fossar de les Moreres, stravagante monumento ai Martiri. Una signora sistema dei fiori con delicatezza, mentre la fiaccola arde in Vostra memoria; ma quando faremo autocritica su come onoriamo i nostri caduti?

Si è fatta sera, la nit electoral incombe.

Sa Die de sa Sardigna è la festa nazionale del popolo sardo

28 April 2015

di Gianluca Collu Cecchini
Segretario Nazionale di ProgReS Progetu Repùblica

Oggi è il 28 Aprile, Sa Die de sa Sardigna, la festa nazionale del popolo sardo. Le istituzioni, le associazioni e i liberi cittadini celebreranno le rivolte antifeudali del 1794 e ricorderanno gli avvenimenti che videro il popolo sardo unito per difendere i propri diritti e la propria libertà.

Ci saranno tante iniziative nelle comunità della nostra isola, molte interessanti, meritevoli e appropriate, come quelle proposte da tanti cittadini e comitati spontanei, altre discutibili e dal messaggio assai confuso se non fuorviante, come alcune promosse dalle istituzioni e dalle classe politica dipendentista.

Nel secondo caso tutto ciò spesso è dovuto alla scarsa percezione delle cause storiche della rivolta che da Cagliari si propagò in quasi tutta la Sardegna piuttosto che a una voluta malafede. Questa scarsa consapevolezza, unita ad una persistente visione ideologica distorta della Sardegna come terra “fuori dalla storia”, “marginale” e “sempre divisa e dominata”, che ha cause politiche e culturali precise, rende complicato declinare il messaggio dei Vespri Sardi ai giorni nostri, attualizzare quei contenuti per offrire ai sardi un momento collettivo in cui riconoscersi realmente come un Popolo.

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Frutta nelle scuole: ci risiamo.

26 January 2015

Di Fabio Usala Friargiu responsabile comunicazione ProgReS Casteddu.

Ho già scritto del progetto comunitario “Frutta nelle scuole” (link all’articolo). L’argomento per me ha una valenza importantissima, quindi sono costretto a ribadire quello che penso e a raccontarvi quello che succede nelle nostre scuole. Non tutti lo sanno. Neanche gli amministratori. “Frutta nelle scuole” è un progetto multimilionario (i particolari nel link dell’articolo in alto), con cui l’Unione Europea e il Ministero delle Politiche Agricole, Forestali Ambientali (MIPAF http://www.fruttanellescuole.gov.it/), vogliono favorire il consumo di frutta e verdura da parte dei bambini. Questo è giustissimo. Le modalità con cui questo viene fatto, ritengo siano, non solo sbagliate e fuorvianti per i nostri figli, ma anche dannose per l’ambiente.

Questa è la confezione di frutta che mio figlio ha di recente portato a casa.

Frutta tagliata in Spagna, dove le condizioni normative permettono anche coltivazioni transgeniche, confezionata a Lecco qualche giorno dopo (la data di confezionamento è il 13 gennaio), recapitata il 22 gennaio, quindi quasi due settimane dopo il taglio. Alcune mie riflessioni di seguito.

L’uva non è frutta di stagione a gennaio. Le condizioni in cui si presentava non ne permettevano ormai il consumo (http://www.ilfattoalimentare.it/frutta-nelle-scuole-fallimento.html). La consegna avviene in porzioni con imballo in plastica, che aumenta i costi di smaltimento dei rifiuti del nostro comune. I produttori non solo non sono sardi, ma neanche italiani. Domanda. E’ giusto favorire il consumo di frutta e verdura da parte dei bambini a queste condizioni? (http://www.ilfattoalimentare.it/frutta-nelle-scuole-un-progetto-fallimentare-che-ha-coinvolto-migliaia-di-studenti-che-senso-ha-dare-due-porzioni-al-giorno.html) Frutta avariata, che percorre migliaia di km prima di arrivare sulle nostre tavole, il tutto finanziato con soldi pubblici? Io mi oppongo fortemente a questo progetto. I dirigenti possono decidere se aderire o meno, anche senza informare le amministrazioni comunali.

Questa è una foto della frutta e della verdura che stamattina in pochi minuti ho tagliato dal mio orto.

Coltivata senza concimi chimici, diserbanti e fitofarmaci. Trasportata con la bicicletta. Quanti produttori certificati abbiamo nel nostro paese che possono fare questo servizio per le scuole? Frutta o verdura fresca, di stagione, locale, senza imballo e di alta qualità. Un messaggio di sostenibilità per i nostri figli tutto sestese. Perchè non lo facciamo domani mattina? Ci lamentiamo che il lavoro ci viene “soffiato” dagli stranieri e poi coi soldi pubblici facciamo in modo che prodotti agricoli spagnoli di pessima qualità, vengano mangiati dai nostri figli. Se fossi agricoltore oggi sarei ancora più arrabbiato del solito. Se le competenze amministrative servono a produrre queste storture, ribadisco il concetto del sindaco laureato (http://fabiousala.blogspot.it/2015/01/un-sindaco-donna-e-laureato-no-un.html).

Io voglio che il ministro per l’agricoltura sia un agricoltore e lo voglio subito.

Uno sciacallo è sempre presente là dove c’è una carogna da spolpare

23 January 2015

Di Ivan Dessy Di Stefano Attivista ProgReS Aristanis

Lo Stato Italiano ha la capacità di fare questo, ti trasforma in preda, ti fa apparire “carogna” quando invece sei vittima del sistema. L’Italia, la sua burocrazia, il suo sistema parassitario, trasformano in “carogna” la penuria, la povertà, le disgrazie economiche e le tragedie che derivano dall’incapacità di pagare le tasse rispetto a situazioni che la sua stessa burocrazia ha creato. Grassa pietanza da servire su un piatto d’argento per essere divorata dagli avvoltoi di turno.

Ed ecco allora che lo STATO Italiano si inventa EQUITALIA, sistema di sciacallaggio regolato per legge. E tu, se non riesci a pagare quanto dovuto, anche se la colpa non è tua, anche se sei vittima della famosa delibera regionale 44/88 che i funzionari regionali si dimenticarono di spedire presso l’U.E. affinché potesse essere recepita, a te che sei vittima, il sistema ti bolla come infedele, come “carogna” da punire a qualunque costo. E si sa, le carogne attirano gli avvoltoi. Gli sciacalli ne percepiscono l’odore, anche se ormai è dato assodato che risultano essere parte lucrosa e clientelare in combutta con questa mostruosa macchina di esazione burocratico-amministrativo.

Nel contempo, lo stesso Stato ha il coraggio di mandare in prescrizione delle evasioni di centinai di milioni di euro (sentenza Berlusconi docet), di scudare delle evasioni di miliardi di euro imponendo soltanto una penale del 5% (condono tombale inventato da Tremonti), garantendo l’immunità al grosso evasore di turno, non facendogli fare neanche un giorno di galera. A te che sei debole, solo, anziano, abbandonato all’inevitabile destino, ti scatena la sua macchina repressiva, muscolare all’inverosimile, armata sino ai denti, i cui costi, è dimostrato, coprirebbero abbondantemente le “supposte” evasioni.

Stavolta il Colossal cinematografico va in onda presso l’azienda Spanu, strada 22 est, comune di Arborea. Nella riedizione del remake di “Terra Segada”, in operazioni di spoliazioni poliziesche già viste, lo stato Italiano ha mandato in onda se stesso in un film già visto. Stessi effetti speciali degni di un film di guerra. Medesimi protagonisti dell’ennesima operazione di polizia, anche se con differenti vittime sacrificali immolate sull’altare di una giustizia che dimostra la sua capacità di repressione di fronte a chi è debole. Il tutto accomunato da un denominatore comune: EQUITALIA.

Oggi come allora, lo STATO presenta se stesso per ciò che è, nella maniera peggiore. Centinaia di uomini armati, furgoni blindati, forestali schierati nelle campagne, unità cinofile, elicotteri, vigili del fuoco, ambulanze. Figuranti in divisa, in taluni casi con il volto coperto, quasi volessero coprirsi per mascherare la vergogna di quanto devono compiere, si presentano presso l’azienda Spanu la mattina presto. In assetto antisommossa ti circondano la tua casa, sfondano la porta e prendendoti a manganellate sul cranio se provi ad opporre una timida resistenza, ti cacciano da quel luogo nella quale hai speso tutto te stesso; nel quale hai cresciuto i tuoi figli; dove sono depositati i ricordi e i sacrifici di una vita; nel quale, troppo spesso, vi è anche l’unica possibilità che hai di crearti una fonte di reddito.

Solo la mediazione dei parenti più stretti ha portato alla resa dell’agricoltore di Arborea Giovanni Spanu, 76 anni, della moglie e di un figlio che si sono cosparsi di benzina, che minacciavano di darsi fuoco. Ed è sconvolgente scoprire che tutto è cominciato con una cambiale agricola da 15 milioni di lire pagata regolarmente nel 1994 di cui, però, si sono perse le tracce. Le abitazioni, quelle del Signor Spanu e dei suoi figli, che insistono sul podere agricolo e l’azienda, frutto del lavoro di una vita, i mobili, le serre, i trattori, valgono non meno di 600 mila euro, ma sono stati (s)venduti all’asta per 125 mila. Colpisce che si può perdere la casa e l’azienda per meno 8.000 euro, colpisce perché è chiaro che c’è del “marcio”. Ovvio che per il sistema non sia così, che tutto rientri nella “legalità” della procedura di sfratto e di prelazione ai danni della “carogna” di turno. Sarà pure legale la presenza di centinaia di poliziotti e di elicotteri che svolazzano nel cielo con il fine di eseguire lo sfratto, sarà pure legalizzato calpestare in quel modo la dignità delle persone, ma tutto questo è indegno di un Paese civile, di un paese che si dice Democratico.

Vergognoso è il sistema che crea dei terzi, degli sciacalli che possano trarne vantaggio.

Questa è la procedura. A guadagnarci non è il creditore, ma un terzo che “approfitta” del debito non pagato per fare un affare a prezzi immorali. In Sardegna ci sono migliaia di provvedimenti esecutivi di questo tipo. Le banche sono in cima alla classifica dei creditori. Case messe all’asta per un debito di poche lire e svendute per una manciata di euro. Per loro un debito non è famiglia che finisce sul lastrico, ma una pratica da espletare. E sappiamo bene chi è l’acquirente della casa e dell’azienda Spanu. Sappiamo che è uno di quei personaggi che frequentano il mondo nebuloso delle aste a caccia di “affari” convenienti. Gli è stato più volte offerto di desistere da questa azione indegna, di fare un passo indietro ed evitare di mettere sul marciapiede due pensionati di 76 e 63 anni, ai cinque figli e a due nipotini. E non contenti, si sono pure presentati con l’arroganza infame di chi ha la sicurezza di essere protetto.

E non serve a nulla dimostrare che con i costi sostenuti per realizzare quest’intervento di predazione statale, così ferocemente disumano, realizzato attraverso una procedura più consona a un regime poliziesco, potresti coprire per intero le spese dell’acquisto dell’intera azienda. Che si potrebbe realizzare un sistema alternativo, un sistema “virtuoso” il quale dovrebbe avere l’obbligo morale di dare la possibilità di pagare il debito che un’azienda ha maturato attraverso un prestito concesso all’azienda debitrice, affinché possa coprire il proprio debito contratto con lo Stato. Non serve a nulla dimostrare che la logica della predazione, seppur di Stato, è sempre e solo deleteria, per il semplice motivo che è sistema che cannibalizza se stesso, per il semplice motivo che è modus operandi che affonda il coltello nell’anima delle persone. Perché lo Stato non è la legge, lo Stato sono le persone, siamo noi, esseri umani che vi abitano e che siamo “costretti” ad accettarne la cittadinanza.

Noi in Sardegna questo sistema di gestione predatoria lo conosciamo bene. Lo hanno fatto con la nostra terra, quando ce l’hanno sottratta destinandola a poligoni in cui esercitarsi per la guerra, avvelenandola con i rifiuti radioattivi e con i metalli pesanti. Sappiamo bene qual è il vero volto dello Stato Italiano. Sappiamo da sempre qual è il gioco portato avanti. Fanno delle norme con il preciso intento di colpirti e ferirti, quindi insistono a battere sempre sullo stesso punto, facendo in modo che la ferita incancrenisca, così loro, gli avvoltoi, gli sciacalli, i parassiti che incarnano l’abominio che si nasconde dietro le leggi di questo sistema gestionale e con l’assenso operativo di questo, possano poi piombarti addosso e spolparti anche se sei ancora vivo.

Foto di Nicola Pinna