di ProgReS Progetu Repùblica Disterru

 

Il prossimo 25 maggio gli elettori sardi saranno nuovamente chiamati al voto, in occasione delle elezioni europee che coinvolgeranno 28 paesi e 500 milioni di persone. Quella di quest’anno sarà l’ottava edizione e, ancora una volta, avrà il sapore di una beffa per un milione e mezzo di elettori sardi.

 

Com’é noto la Sardegna si ritrova a condividere la propria circoscrizione elettorale con la Sicilia. Accomunate dal fatto di essere le due maggiori isole dello stato italiano, Sardegna e Sicilia sono tuttavia due territori diversi e lontani tra loro. La Sicilia ha un numero di abitanti di circa quattro volte superiore a quello della Sardegna, oltre a un tessuto socioeconomico e dei problemi storici in larga parte diversi.

 

La recente votazione alla camera [http://goo.gl/TDr6gk], ha semplicemente confermato lo stato delle cose. La Sardegna, per espressa volontà della politica italiana, resterà accorpata alla Sicilia e non godrà di alcuna rappresentanza in Europa.

 

E’ dal 1994 che non eleggiamo un sardo in Europa in modo diretto. Per usare una metafora calcistica si potrebbe dire che da vent’anni siamo i panchinari della Sicilia. Tutto ciò che i rappresentati sardi nel parlamento italiano sono stati in grado di fare a proposito, é chiedere l’approvazione del collegio unico per la Sardegna a soli due mesi dalle elezioni.

 

Sorprendente come ogni volta i parlamentari sardi dimostrino la stessa incapacità di lavorare per il bene comune. Sconcertante come riescano ad attaccarsi all’appartenenza di partito come a un feticcio, mettendo in secondo piano l’interesse della loro nazione che dovrebbe avere nell’Europa e nelle sue istituzioni il punto di riferimento per la pianificazione del proprio futuro.

 

In un momento storico cruciale nel quale il futuro delle istituzioni europee e della moneta comune sono in discussione, i sardi rimangono ancora una volta fuori dalla storia come accade da 150 anni. Decisioni con impatto diretto sul presente e sul futuro della Sardegna vengono prese altrove, il tutto con la complicità di quanti si autodefiniscono democratici. Ci sarebbe da ridere, come in una commedia di Molière, a raccontare le sciagure dei politici sardi, impigliati nelle loro contraddizioni, imprigionati in una mentalità da borghesi piccoli piccoli. Eppure c’é ben poco da stare allegri. Un territorio devastato dall’inquinamento militare e industriale, un sistema educativo superato, mal funzionante e mal finanziato, un tessuto produttivo fossilizzato e schiacciato da un sistema fiscale inadeguato. A tutto questo si aggiunge l’emigrazione di massa, le folle di sardi che ogni giorno salgono su un aereo per cercare fortuna in regioni e nazioni che dell’Europa fanno parte, ma in maniera concreta.

 

La battaglia politica sarda si gioca oggi su un terreno politico imbrigliato da una mentalità fossilizzata e autoghettizzatasi nel corso degli anni. Un terreno politico nel quale le beghe dello stato centrale soverchiano le necessità storiche di un territorio come quello sardo, lontano dai centri decisionali, e distanziato dalle correnti storiche e sociopolitiche che percorrono il vecchio continente, anche a causa di un elettorato disinteressato e disilluso. Un terreno politico che necessita di una scossa  e che deve essere lavorato per dare alla Sardegna la centralità che merita : nel governo regionale, modificando l’attuale vergognosa legge elettorale; in ambito europeo unendo le forze per dare all’elettorato sardo la possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Europa.

 

Il diritto dei sardi di rappresentarsi autonomamente nelle istituzioni europee, non sembra essere tra le prioritá dei partiti italiani, dei loro “uffici di rappresentanza” sardi. Non si tratta quindi di un fatto tecnico. Il problema non sta nella testa perché, se così fosse, mai come negli ultimi tre anni ci sono state le condizioni tecniche (numeri, maggioranze, istanze bipàrtisan e governi di larghe intese) per approvare in poche ore uno dei tanti disegni di legge e imporre allo Stato italiano lo scorporo della Sardegna dal Collegio Isole con la Sicilia.

 

Siamo davanti a una questione di ambiguità identitaria e di nessuna appartenenza che, per l’ennesima volta, rivela le proprie contraddizioni e la sola verità di una grande dose di egoismo . Emerge ancora una mentalità ipocrita e opportunista dei partiti di centrosinistra e centrodestra che a turno governano la nostra isola da sessant’anni, per i quali il concetto di appartenenza si esprime solo nell’aggregazione del consenso, ma che sicuramente non hanno la Sardegna dentro di sé. Partiti che, parafrasando l’aedo, non hanno mai sentito l’esigenza di raggiungere un obiettivo e uno scopo comune per i sardi, che non hanno mai avuto, o voluto avere, la forza per preparare il salto decisivo verso l’Europa e verso il mondo

 

Perché sardi non sono. Sono italiani.

 

Ecco perché il problema, non sta nella testa.

 

Il problema sta nel cuore.

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