In questi caldissimi giorni di fine agosto si fa un gran parlare della mancata iscrizione di Tuvixeddu alla lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La candidatura fu avviata nel 2008 e, seguendo l’iter burocratico dell’organizzazione, sarebbe dovuta passare in analisi alla 35ma sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, svoltasi a Parigi lo scorso giugno.

Colti da grande e drammatica sorpresa – ma a distanza di ben due mesi dall’esito – ci si rende ora conto che la necropoli cagliaritana non è entrata nella famosa lista. La prima reazione è stata quella di puntare il dito contro l’UNESCO, che con un riso sardonico sembra aver relegato per l’ennesima volta la Sardegna al suo destino di cenerentola d’Europa.

Ma in realtà, e qui abbiamo finito da un pezzo di stupirci, ad aver dimenticato la Sardegna sono stati ancora una volta i sardi stessi, e non un capro espiatorio d’oltremare come troppo spesso accade. L’area archeologica di Tuvixeddu attualmente non può far parte dei siti tutelati dall’organizzazione internazionale perché non rispetta tutti i requisiti per rientrare nella lista.

Secondo quanto afferma l’UNESCO stessa, oltre a soddisfare almeno uno dei dieci criteri di selezione illustrati nelle Linee Guida per l’applicazione della Convenzione del Patrimonio Mondiale, “perché un bene sia considerato di eccezionale valore universale, deve anche soddisfare le condizioni di integrità e/o autenticità così come definite nelle Linee Guida e deve essere dotato di un adeguato sistema di tutela e di gestione che ne garantisca la salvaguardia”.

Il Centro di Elaborazione Benes Culturales e Istòria di ProgReS – Progetu Repùblica ritiene che la candidatura di Tuvixeddu fosse quindi una candidatura monca sin dal principio: presentava dei difetti già alla nascita nei termini dei requisiti aggiuntivi di tutela e gestione del sito, che allo stato attuale delle cose sono totalmente inesistenti.

Ma questo non ci stupisce affatto, dato che la scarsa, per non dire nulla, valorizzazione dei beni culturali è una costante dell’intero patrimonio archeologico in Sardegna. La perdita in termini sia strettamente culturali che di potenziale economico-turistico ne è solo la chiara e inevitabile conseguenza.

Non è necessario andare troppo lontano quando tale mancanza cade come un masso di granito a partire dal portale turistico della Regione Sardegna: nella sezione dedicata all’offerta non si fa un minimo cenno all’archeologia. Ma in fondo, noi sardi, destinati ineluttabilmente alle maggiori ingiustizie, cosa potremmo mai promuovere in tal senso?

Il fatto che la Sardegna sia la culla di due civiltà originali, quella nuragica e quella giudicale, contando più di 7mila nuraghi, con millenni di storia raccontati da quelle pietre? La suggestione delle tombe dei giganti? La magia delle domus de janas? Il mistero dei menhir? Il fascino delle città fenicie? La meraviglia dei pozzi sacri? Per non parlare delle chiese e dei castelli medievali?

La Sardegna è notoriamente un museo a cielo aperto: l’intera isola potrebbe essere un Patrimonio Mondiale dell’UNESCO da La Maddalena a Carloforte, da Tharros a Olbia. Ma lo è solo in potenziale. Per poter rientrare nelle liste di organismi come l’UNESCO ci vuole ben altro che solo il patrimonio archeologico, per quanto incredibile possa essere il suo valore: un continuo impegno a mantenere il sito entro i canoni del Comitato. Non a caso nel 2009 la città di Dresda è stata rimossa dalla lista a seguito della costruzione di un ponte che secondo l’UNESCO ne avrebbe compromesso la conformità.

ProgReS – Progetu Repùblica ritiene pertanto imprescindibile la necessità di una valorizzazione rigorosa e pianificata di questo immenso patrimonio della nazione sarda. Una valorizzazione che:

  • non sia effettuata meramente tramite vincoli e restrizioni per i cittadini;
  • che porti a una gestione controllata, organizzata e coordinata tra i diversi siti dell’isola;
  • che sviluppi attorno ad essa un’economia a partire dal turismo culturale;
  • che possa confluire nella tanto agognata destagionalizzazione e delocalizzazione del settore;
  • che possa creare un circolo virtuoso il quale attraverso l’indotto influirebbe positivamente sull’economia della Sardegna e sulla qualità della vita dei sardi.

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