Il 30 maggio 2013 potrebbe essere ricordato nei libri di storia sarda prossimi venturi come un momento simbolicamente decisivo. Per la prima volta una scelta strategica relativa a un territorio della nostra isola è stata discussa con la popolazione, in una assemblea ufficiale, con tanto di funzionari pubblici impegnati a verbalizzare e annotare tutto. L’interlocutore specifico in questo caso era la SARAS. Un’azienda che si spaccia per benefattrice della Sardegna, quando tutti ormai dovremmo sapere che, a fronte dei profitti tratti sull’isola, l’azienda dei Moratti ha non solo detrurpato irrimediabilmente un angolo bellissimo della Sardegna, ma ci sta lasciando in eredità inquinamento e dissesto sociale e culturale. Senza per altro che i sardi abbiano potuto nemmeno godere dei vantaggi fiscali della presenza sul loro territorio della maggiore raffineria del Mediterraneo (dato che i depositi fiscali su cui si pagano le accise non stanno in Sardegna: perdita annua stimata, grosso modo l’equivalente del costo dell’intera sanità sarda).

Arborea ha mostrato alla SARAS come i sardi sappiano essere molti, intelligenti e uniti, se solo si offre loro l’occasione. Ma ovviamente l’aspetto pratico della faccenda non si può disgiungere da quello simbolico e da quello politico.

L’aspetto simbolico consiste in un cambio di paradigma proposto come concreta possibilità storica: la rivolta dell’oggetto che si materializza nelle facce e nelle voci di centinaia di sardi che dicono la loro sul proprio destino, che snocciolano dati, cifre, contestano ricostruzioni di comodo, umiliano la prepotenza e la supponenza di chi pensava di poter vincere a mani basse, confidando forse troppo nel mito identitario che ci vuole sempre remissivi, cedevoli, ignoranti, divisi (benché speciali, orgogliosi e ospitali, beninteso). Così Arborea assurge a precedente difficile da rimuovere, quale che sia la narrazione che ne faranno i mass media, la politica istituzionale e la SARAS medesima. Un esempio difficile da ignorare per tutte le nostre comunità. Comunità che saranno chiamate a misurarsi con quanto successo ieri, sapendo ora che quella scelta è praticabile, che si può far valere l’integrità etica, prima ancora che economica e sociale, di un territorio, anche di fronte a un moloch, a un soggetto forte, fortissimo, come una grande multinazionale. Sapendo che nessun interesse privato, per quanto presentato come generoso e conciliante, può coincidere con l’interesse generale dei cittadini sui propri beni comuni e sul proprio tessuto produttivo e relazionale, e che comunque ogni tipo di intervento sul territorio va negoziato con i diretti interessati. Un po’ come accadeva in epoca spagnola con i capitoli di grazia: le comunità pattuivano con i rappresentanti del signore feudale diritti e doveri, tasse e servizi, spesso facendosi valere, specie dove la comunità era coesa ed erano coese tra loro le comunità vicine.

Ma l’aspetto che meno salta all’occhio e che pure in realtà è il più significativo è quello politico. Ieri non si è processata la SARAS per il suo tentativo di speculazione a S’Ena Arrubia. La SARAS è un’impresa privata che agisce dentro la logica del capitale, facendo i propri interessi come meglio può. Il vero imputato ieri era la politica sarda. Ne abbiamo avuto una dimostrazione evidente nella discussione organizzata il giorno prima dal giornale l’Unione Sarda, mettendo intorno a un tavolo la SARAS, il comitato che si oppone alla sua speculazione ad Arborea, gli assessori regionali competenti e i rappresentanti di maggioranza e minoranza in consiglio regionale. Intorno a quel tavolo è risultato plasticamente evidente come la politica sarda fosse del tutto impari al suo compito. La politica sarda non era rappresentata dall’essessore all’industria Liori (quello secondo cui producono più CO2 le vacche di Arborea del polo industriale di Porto Torres), né dagli altri esponenti delle forze politiche maggiori. La politica sarda era rappresentata da Michela Murgia e da Paolo Piras, in nome del comitato dei cittadini e di una prospettiva politica che mette la Sardegna al centro del proprio orizzonte e non al servizio di centri di potere estranei.

A quel tavolo, così come ieri ad Arborea, c’era ProgReS, non il PD, non il PDL, o l’UDC o SEL e nemmeno il PSDaZ o i Riformatori. Non c’era la politica del Palazzo, c’era la politica dei cittadini e delle forze sane che la nostra terra esprime. Una politica che si pone prima di tutto al servizio delle comunità, che parte dall’ascolto e dal confronto e che offre supporto di elaborazione, di organizzazione e anche di natura tecnica (come dimostra la lunga diretta streaming garantita ieri da ProgReS e rilanciata su tutte le principali piattaforme informative sarde). Una politica che alimenta la consapevolezza di sé dei singoli e delle comunità, senza pretendere di dettare legge, senza chiedere deleghe in bianco o l’esclusiva della parola pubblica. Così, a fronte del fallimento incarnato dai vari Liori e Diana (in una singolare santa alleanza tra centrodestra e centrosinistra italiani, fondata su ignoranza e pavidità politica) e prima di loro da Soru (a cui va attribuita la prima concessione alla SARAS, nel 2006) e Cappellacci (che tale concessione ha reiterato nel 2011), è doveroso segnalare che la politica sarda ad Arborea ieri c’era, come c’è ovunque. È la politica di chi ha a cuore le sorti collettive dei sardi e pone la nostra soggettività storica e politica come fondamento della propria teoria e della propria prassi, senza sventolare bandiere di comodo, o nascondersi dietro il nulla retorico di discorsi pseudo-identitari (buoni solo a preservare lo status quo con diversa etichetta) e soprattutto senza avere scheletri nell’armadio, secondi fini, legami evidenti con centri decisionali lontani ed estranei, o legami meno evidenti con opachi conglomerati di interessi particolari.

È la politica che ProgReS porta avanti da che è stato fondato e che continuerà a portare avanti a tutti i livelli e in ogni sede possibile finché ci sarà necessità. Ieri ad Arborea, oggi e domani in tutta la Sardegna.

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