La vittoria dell’indipendentismo in Catalogna ha il sapore dell’impresa straordinaria, non tanto per il divario inflitto agli unionisti ma per le condizioni in cui è maturata.
 
Lo Stato spagnolo, con la complicità della magistratura, ha messo in atto un piano reazionario sospendendo i principi democratici con lo scioglimento del parlamento eletto e destituendo e incarcerando otto ministri della Generalitat. Con loro sono finiti in carcere anche i due leader della società civile Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, rispettivamente a capo delle organizzazioni apartitiche Assemblea Nacional Catalana e Omnium.
 
Di fatto il governo spagnolo ha impedito ai principali candidati per le odierne elezioni di svolgere una normale campagna elettorale: a Oriol Junqueras, leader del primo partito indipendentista Esquerra Republicana, incarcerato anche lui, e al Presidente Puigdemont costretto a vivere in Belgio in seguito a un ordine di arresto. In un clima di paura e tensione si è vissuta una situazione anomala per una democratica competizione elettorale: è come se prima di una di una gara di corsa il tuo avversario ti legasse le mani dietro la schiena.
 
Ecco perché la vittoria con la maggioranza assoluta degli indipendentisti è, lo ripetiamo, straordinaria per le condizioni quasi impossibili in cui si è svolta. Questa volta l’affluenza dei votanti ha raggiunto l’82%, con buona pace dei tanti “democratici” di casa nostra che sul referendum del 1 ottobre contestarono non le violenze e i soprusi perpetrate dalla Guardia Civil ma la percentuale con cui si impose il SÌ.

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