di Laura Fois – Responsabile Comunicazione ProgReS Casteddu
in risposta all’articolo “Ma cali sardu…we need to learn English!” apparso su Casteddu online

Ho studiato e lavorato in Spagna e in Inghilterra. L’Erasmus mi ha iniziato all’Europa, alla multiculturalità, a nuovi punti di vista. Durante i sei anni vissuti all’estero, ho incontrato molte persone che neanche sapevano dove fosse la Sardegna. Altre restavano affascinate dai miei racconti, non solo perché mostravo orgogliosa foto di spiagge e nuraghi.

Molte volte mi sono dispiaciuta, quando mi chiedevano di parlare la mia lingua o almeno il dialetto della mia città. Mi dava sempre futta. E si stupivano, americani e colombiani, baschi e catalani, quando ammettevo il mio più grande deficit linguistico. Mi son sempre limitata, purtroppo, a fare solo qualche battuta in sassarese; vivendo a Cagliari ho invece appreso qualche termine casteddaju, il campidanese un po’ lo capisco. Ma faccio fatica, vorrei impararli tutti una buona volta.

Avrei voluto che me lo insegnassero a scuola e anche all’università. Sarebbe stato bello, dare un esame in sardo. A Madrid stavo per iniziare un corso di euskera. Un altro rimpianto, non averlo fatto.

In casa si è sempre parlato italiano, anche un po’ di sassarese a dir la verità, ma non così fluently. Quando ero piccola sentivo spesso adulti e coetanei dire che chi si esprimeva in sassarese era grezzo. Sono stati proprio i miei compagni di viaggio in Europa a farmi sentire spoglia, incompleta. Rimpiango un passato che non ho potuto raccontare.

Ma è stato un italiano a farmi vergognare più di tutti. «Come è possibile che esista un sardo che non sa il sardo?», mi aveva chiesto un amico abruzzese. Sapeva benissimo che sapevo parlare inglese e spagnolo, che potevo interagire con la maggior parte della popolazione mondiale. Ma ha capito in un secondo che mi mancava la parte più intima e identitaria, il canale di espressione più naturale e istintivo: la mia parola, il linguaggio delle mie radici. La mia storia.

Vorrei poter recuperare il tempo perduto, so che lo farò. Vorrei che non lo perdessero le nuove generazioni. Altrimenti lo rimpiangeranno, soprattutto quando viaggeranno, ritorneranno e ripartiranno ancora. Allora rimbocchiamoci le maniche, insegniamo ai più piccoli il sardo, l’inglese, l’italiano. We need to learn, sì, anche a pensare, prima di disinteressarci della nostra coscienza che in sardo ha parlato prima che ne avessimo una.

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