Interessante proposta quella del marchio di qualità per i prodotti dell’agroalimentare sardo che dopo alterne vicende vede finalmente la luce. Tuttavia tale interessante proposta mostra subito dei limiti sostanziali che denotano scarsa lungimiranza e incapacità comunicative croniche.

Certo ci si aspettava qualcosa di più da un processo durato parecchi anni: attivato dalla precedente giunta regionale e completato con l’attuale. Il marchio presentato con la delibera regionale n. 10/16 del 17 marzo 2015 mostra la pochezza della nostra classe dirigente nel progettare il futuro delle nostre produzioni alimentari.

Un logo monolingue in italiano rappresenta quanto di più miope si possa presentare in questo determinato periodo storico. Ciò è ancor più vero se si pensa a tutta la retorica sulla necessita di trovare nuovi mercati e nuovi sbocchi commerciali per i nostri prodotti in giro per il mondo.

E inoltre, quale identità viene comunicata escludendo da una simile iniziativa la lingua sarda? Quale senso di garanzia dovrebbe dare un marchio che richiama non alla Sardegna in quanto terra di eccellenze ma alla ben più misera “Regione Sardegna” nota per i suoi sprechi e inefficienze croniche.

Quanto è stato speso per lo studio di un logo che sembra frutto di un lavoro frettoloso e poco ragionato? Non sarebbe giusto e corretto modificare tale logo inserendo degli elementi plurilingue (inglese/sardo/italiano) che rendano maggiormente coerente il tutto con le finalità stesse dell’iniziativa?

Sono semplici domande che ci spingono a chiederci se i soldi dei contribuenti valgano un po’ di attenzione in più nella definizione di queste strategie oppure se si facciano le cose giusto per far comparire giunta e assessore di turno in qualche inutile conferenza stampa.

È tempo dei fatti, basta con le parole al vento.

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