di Fabio Usala Friargiu
(Resp. Politico ProgReS Casteddu – Lab. Polìticas energèticas)

Nel 2008 la Regione Autonoma della Sardegna, approvando il Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani, mise nero su bianco alcuni punti operativi ambiziosi: 65% di raccolta differenziata, un ecocentro per ogni comune, piani di comunicazione per sensibilizzare la riduzione dei rifiuti, passaggio da tassa a tariffa.

Pareva si potesse avviare una fase interessante di sviluppo della gestione integrata dei rifiuti. Purtroppo tutto si è fermato alle teorie. Nella pratica la raccolta differenziata è cresciuta tantissimo ma si è fermata al 50,9% ed è frutto integrale del lavoro non retribuito dei cittadini, gli ecocentri sono solo 168, il passaggio da tassa a tariffa non si è concretizzato nella pratica e il motto “chi inquina paga” non è operativo: se il mio vicino differenzia meno di me e conferisce tutto nel secco indifferenziato, la parte dei rifiuti per cui i comuni pagano di più per smaltire, non viene penalizzato.

Il piano regionale, alla luce delle elevate percentuali di raccolta differenziata che si prefiggeva di raggiungere attribuiva un’importanza marginale allo smaltimento, che avrebbe dovuto interessare una quota ridotta del rifiuto urbano. Nella delibera si legge inoltre:

“In particolare le analisi eseguite hanno portato ad affermare che, stante i divieti di conferimento in discarica di rifiuti ad alto potere calorifico, la frazione secca residua potrà essere direttamente sottoposta a termovalorizzazione, riducendo il conferimento in discarica ai rifiuti da spazzamento stradale e gli scarti dei trattamenti nonché ad altre frazioni di rifiuto trattato”.

L’“importanza marginale” dello smaltimento indicata nel 2008, oggi porta la RAS ed il comune di Cagliari a pensare di investire oltre 100 milioni di euro in dotazioni impiantistiche destinate allo smaltimento (circa 50 per i due inceneritori esistenti e circa 10 per realizzare una nuova discarica di servizio, adesso si parla addirittura di un terzo forno nel nord Sardegna), che tutto pare fuorchè marginale. Tra l’altro oggi i rifiuti che di fatto finiscono in discarica, il peggior modo di gestire i rifiuti secondo le norme di riferimento, sono circa il 50% di quelli inviati allo smaltimento: circa 300 mila tonnellate finiscono in impianti di trattamento, 35 mila vanno direttamente in discarica senza selezione.

Questo significa che il ricorso alla discarica non è stato per niente ridotto. È importante sottolineare poi, che un termovalorizzatore, per ogni tonnellata di rifiuto produce 300 chilogrammi di scorie liquide e solide che finiscono in discarica. Queste scorie, a differenza di quello che sostiene ad esempio il Cacip nel suo progetto di discarica di servizio, per residui di termovalorizzazione ma non solo, hanno alti contenuti di materiali inquinanti nocivi per la salute umana e l’ambiente. Quindi non solo lo smaltimento non è marginale, ma è in questa maniera anche molto impattante.

Sarebbe cosa buona e giusta seguire i consigli che danno l’ISDE e Vincenzo Migaleddu con i Position Paper sulla gestione dei Rifiuti Solidi Urbani. È anche per queste motivazioni che oggi due comuni del cagliaritano, Uta e Capoterra, che faranno parte della futura Città Metropolitana – che neanche nata si spacca su decisioni politiche estremamente importanti – dicono di no al progetto del Cacip fortemente voluto dal comune di Cagliari che è colpevolmente e gravemente in ritardo nell’avvio della differenziata porta a porta.

La preoccupazione per i problemi derivanti dalla vicinanza dei rispettivi territori al sito di realizzazione, ha portato a queste decisioni i consigli comunali, spinti dai comitati popolari del “No Discarica”. Si pensi ad esempio che il 90% delle emissioni gassose totali provocate dagli impianti di trattamento provengono dalle discariche, potenzialmente pericolose anche per l’infiltrazione in falda dei percolati. Il comune di Cagliari, ultimo tra gli ultimi in fatto a virtuosismo nella gestione integrata dei rifiuti, con un piede è dentro il Tecnocasic, braccio operativo del Cacip per la gestione del termovalorizzatore di Macchiareddu e dunque della discarica e con l’altro dovrebbe fare gli interessi dei cittadini che è chiamato a rappresentare e tutelare.

In questo equilibrio precario di interessi, il piede zoppo è quello che sta dalla parte dei cagliaritani costretti a pagare la tassa di smaltimento più alta della Repubblica italiana. Intanto il debito per le penalità accumulate e non pagate alla RAS per le alte percentuali di conferimenti di rifiuti indifferenziati ammontano a 5 milioni di euro (il TecnoCasic ha aperto un contenzioso per recuperare le somme). Nel 2015, per garantire il sistema di sconti sullo smaltimento ai comuni virtuosi della provincia di Cagliari, il comune avrebbe dovuto versare almeno due milioni dei cinque dovuti. I cittadini della “Capitale”, grazie anche ai ritardi nell’affidamento dell’appalto per la gestione della nettezza urbana, pagheranno ancora quote di Tari ai vicini di Sestu uno tra i comuni più virtuosi in cui si differenzia fino al 70%.

Da questo si evince come un buon impalcato normativo e le migliori intenzioni, non corrispondano ad azioni virtuose nella pratica, neanche per la tutela della salute pubblica. Cioè, nei documenti si scrive che bisogna ridurre, riusare, riciclare, non inquinare, ma nella pratica si brucia e si stocca in discarica.

Impianti impattanti e costosi come i termovalorizzatori non sarebbero tra l’altro sostenibili senza grossi incentivi pubblici. È importante capire che la gestione è “integrata”, quando si riesce a far concorrere una molteplicità di soluzioni. Oggi il decreto “Sblocca Italia” sembra discostarsi ulteriormente da questo concetto, riconoscendo la termovalorizzazione come strategicamente importante per l’Italia e rendendo molto semplice e casuale la riclassificazione dei semplici inceneritori (D10) ad impianti di recupero energetico (R1).

Con questo meccanismo si potrebbe agevolare lo spostamento dei rifiuti da una regione ad un’altra secondo il meccanismo, previsto dalla legge, di accrescere le performance di smaltimento di un determinato territorio, servendosi di impianti più performanti di altri. La RAS pare preparsi a questa evenienza e prevede di spendere più di 100 milioni tra revamping dei forni di Macomer e Cagliari (operazione di restauro e miglioria tecnologica) e nuova discarica, con l’intento anche di poter smaltire più rifiuti.

Dal 2002 il trend di produzione di rifiuti in Sardegna è in calo. Dal 2007 la percentuale si è stabilizzata più o meno su un 4% di calo ogni anno. Il comune di Iglesias con l’istituzione del porta a porta, il primo anno ha avuto un calo di produzione del 20%. Ipotizzando l’istituzione del porta a porta anche a Cagliari si potrebbe rappresentare un calo di almeno 25 mila tonnellate di rifiuto indifferenziato, solo per la città. Con scenari di questo tipo, perchè spendere tanti soldi credendo di dover bruciare di più? Perchè non pensare magari di tenere un solo inceneritore e utilizzare i fondi per potenziare il recupero dei materiali e il riciclo, nella previsione futura di spegnere tutti i forni?

Bisognerebbe migliorare anche le performance ambientali finali, quando comunque avremo un minimo da smaltire, ricordando che il rifiuto organico non deve finire in discarica (ci sono dei limiti di legge sempre più bassi) e neanche nei forni (abbassa le temperature per via dell’umidità, favorendo l’emissione di diossine).

Il punto di partenza per fare meglio, dovrebbe essere la redazione del nuovo Piano di Gestione dei Rifiuti ormai scaduto, partendo dagli indirizzi già deliberati dalla Giunta, che come sempre mette delle ottime basi di partenza. Questo permetterebbe di avviare la valutazione ambientale strategica (VAS) e valutare al meglio le dotazioni impiantistiche col minor impatto sull’ambiente e quindi ridurre drasticamente l’incenerimento e la discarica, come previsto dalla legge. Nel Piano si potrebbero stabilire delle regole organizzative di base uguali per tutti, come ad esempio il colore dei bidoni per la differenziata. Si potrebbero aumentare i costi di smaltimento per la discarica e parificare le tariffe in tutta la Sardegna. Sancire l’effettivo passaggio alla tariffa garantendo al cittadino il pagamento sull’effettivo conferimento di secco indifferenziato.

La gerarchia dei rifiuti prevede al primo posto la prevenzione. Quindi si dovrebbero incentivare tutte le pratiche di riduzione, come ad esempio il compostaggio domestico. Si dovrebbero ridurre gli sprechi e il conferimento di beni alimentari ancora buoni, è stimato infatti che ne smaltiamo circa 25 kg per abitante all’anno. Bisognerebbe poi lavorare suiprogetti dei centri del riuso come quelli finanziati dalla UE a Vicenza e San Benedetto del Tronto, questo perchè la legge riconosce come rifiuto tutto quello che noi abbiamo stabilito di volerci disfare, anche se si tratta ad esempio di una bicicletta o una lavatrice ancora funzionanti.

Attivare il porta a porta dove ancora non esiste aumenterebbe esponenzialmente la materia recuperata, migliorando contemporaneamente le performance di separazione secco/umido. La quota organica separata andrà ad incrementare l’ottimo lavoro che si fa in Sardegna col riciclo delle frazioni organiche differenziate (FORSU).

La produzione di compost, sempre secondo l’ISDE, è da preferire alla digestione mirata alla produzione di biogas (recupero energetico e non riciclo), in aumento per via dei forti incentivi in denaro, ma più impattante. Le operazioni di riciclo consentono forti risparmi energetici e di materia prima. Da una tonnellata di vetro si risparmiano 80 kg di petrolio e 1200 kg di materia prima per esempio, riciclare 1 kg di alluminio riduce di quasi 20 volte i consumi energetici legati all’estrazione della bauxite per ottenere alluminio primario a cui sono legati anche grossi quantitativi di scorie, spesso radiottive (fanghi rossi). Avviare progetti innovativi come quello della Fater (proprietaria anche del marchio Pampers) per il recupero integrale dei pannolini e pannoloni usa e getta, presenti in grandi quantità nel rifiuto indifferenziato. Per ogni tonnelata di questi ultimi si recuperano 350 kg di cellulosa e 150 kg di plastica, riducendo del 50% il prodotto da smaltire.

Affrontare l’argomento senza preconcetti, tenendo presente che la soluzione migliore è rappresentata dalla possibilità di utilizzare tutte le tecnologie esistenti, riducendo al massimo i rischi per la salute umana e l’ambiente. Sensibilizzare i cittadini e renderli partecipi nelle decisioni è dovere della politica, che prima o poi dovrà tornare ad essere protagonista al loro fianco.

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