50 eurodi Franciscu Sedda e Juliu Cherchi

Qualche giorno fa per alcune ore gli organi di stampa hanno riportato che la Regione voleva rinunciare al ricorso sulla vertenza entrate nei confronti dell’Italia. La notizia è stata successivamente smentita da Cappellacci. Ma viene da chiedersi, smentita fino a che punto? A cosa serve un ricorso nel momento in cui si smantellano gli enti e gli organi, come l’ARASE, che dovevano servire ai sardi per porre finalmente sotto controllo le proprie entrate? Quale segnale si dà ai cittadini sardi, da un lato, e allo Stato italiano, dall’altro? Quello che ci si prepara a tutelare i diritti del proprio popolo, contro le ingiustizie commesse da uno Stato iniquo (e straniero), o che ci si prepara a sacrificare il proprio popolo e la propria ricchezza pur di riconfermare fedeltà e sottomissione allo Stato italiano?

È proprio per rimarcare la morsa dentro la quale ci troviamo che avantieri, dopo aver appreso che nella finanziaria era contenuta la chiusura dell’ARASE, l’ente che dovrebbe garantire ai sardi l’accertamento (per ora) e la riscossione (si spera in un breve futuro) delle entrate, avevamo fatto notare che eliminando quel potere di controllo ci si preparava a pronarsi volontariamente e compiacentemente davanti al volere e all’interesse dello Stato italiano. In barba agli interessi della nazione sarda e ai diritti dei sardi. A cosa serve quindi ricorrere verso un’ingiustizia quando i fattori che l’hanno generata vengono ripristinati? Ci si chiede a questo punto cos’altro ancora debba succedere affinché i sardi capiscano a quali devastazioni economiche (oltre che culturali) li condanni l’autonomismo. La Sardegna è come un fondale martoriato da una illegale rete a strascico che rastrella tutto, anche i pesci più piccoli fino a rovinare definitivamente il fondale, il nostro ecosistema, il nostro sistema economico. Il punto è che questa rete a maglie strettissime che si chiama autonomia, questa rete che pesca le nostre risorse per far sì che qualcun altro, sulla grande barca ne possa godere alla nostra faccia, l’abbiamo voluta e la continuiamo a tenere in vita noi sardi.

Altro che miniere di carbone: in Sardegna il materiale da estrazione più comune è l’assurdo, materiale impalpabile eppure mortale, altrove rarissimo e qui invece, purtroppo, abbondante. In quale altro luogo potrebbe considerarsi infatti “normale” una tale spoliazione di risorse, una così plateale ingiustizia e una così misera rinuncia a lottare per i propri diritti e per il proprio popolo?

E che dire di quell’altra assurdità insana e diseconomica che sono le basi militari, con la relativa distruzione del territorio e le conseguenti malattie mortali? Solo la classe dirigente sarda pare non essersi ancora accorta degli effetti delle attività di guerra, delle sperimentazioni di armi, che da anni si compiono in Sardegna. Non bastava il fatto che l’ONU ormai da tempo ha dichiarato che le armi all’uranio impoverito sono ritenute “armi non convenzionali”? Non bastava il fatto che lo stesso presidente della Repubblica italiana quasi un anno fa ha firmato un DPR in cui lo stato italiano riconosceva un indennizzo ai sardi che vivono nelle vicinanze delle basi militari proprio in quanto erano state riscontrate malattie incurabili derivanti dalle attività dei poligoni? Per fortuna che su questo un po’ di coscienza popolare è cresciuta e soprattutto si sta passando da forme di protesta sterile – che allontanavano le stesse popolazioni e i lavoratori coinvolti – a proposte concrete di bonifica e riconversione, in modo da garantire salute e lavoro contemporaneamente.

E infine, visto che di terre devastate e di miniere dell’assurdo stiamo parlando, che dire dell’articolo della finanziaria che riporta che a farsi carico del risanamento delle colline di Furtei derivanti dalla lavorazione dell’estrazione dell’oro da parte della Sardinia Gold Mining saranno ancora una volta i sardi? Dopo che la Regione ha lasciato alla società australiana la possibilità di arricchirsi attraverso l’attività estrattiva ora obbliga i sardi a pagare i conti del dissesto ambientale, economico e sociale. Ancora una volta, nella miglior tradizione italiana, ecco servita la ricetta: “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite”. Insomma, pochi ricchissimi sporcano e incassano, tutti gli altri, noi normali cittadini, paghiamo per rimediare ai loro danni e ai loro debiti. A questa politica sarda così italiana e così provinciale, così assurda e così ingiusta, forse sfugge il senso di quella norma europea universalmente nota e intitolata “chi inquina paga”. Eppure non sembra una norma così difficile da capire e probabilmente neanche da attuare, la norma prevede che a pagare sia il responsabile diretto, in mancanza, per mancato controllo, è responsabile il ministero dell’ambiente. Certo, per farlo ci vorrebbe un po’ di senso di dignità e un minimo di amor proprio, per se stessi, per la propria terra, per il proprio popolo. Ma come aspettarselo, questo amore, da questo autonomismo che continua a estrarre assurdità e depredare i nostri fondali? L’unico atto d’amore è quello di sfuggire a questa rete predatrice e ricominciare a estrarre, da dentro noi stessi, intelligenza, spirito d’iniziativa, volontà di autodeterminazione.

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