Di Daniela Concas
Attivista di Progetu Repùblica de Sardigna e Candidata Consigliera alle comunali di Cagliari 2016

Reti colabrodo, ammodernamenti mancati, disservizi, bollette pazze e ritardi con morosità esagerate: tutto questo non impedisce all’ente sardo per la gestione delle acque, Abbanoa, di chiedere l’ennesimo sforzo – mostrandolo come dovutu – ai sardi.

Proprio in questi giorni viene recapitato ai cittadini un conguaglio retroattivo, ovvero il pagamento, dell’ammontare di 151 euro pagabili in 8 rate fino al 2019 (o in soluzione unica entro giugno 2016) di costi sostenuti in passato, riferiti a consumi del 2012 per coprire costi gestionali relativi agli anni 2005/2011.

Secondo Abbanoa trattasi di cifre che vanno a tamponare tariffe richieste in passato troppo basse e, a suo dire, incapaci di consentire la copertura di costi di gestione, caricando ulteriormente i sardi di un onere inatteso e ingiustificato.

Abbanoa promette che questo ulteriore sacrificio verrà investito in qualità del servizio, giustificato come assente proprio per una mancata resa in denaro dagli utenti, etichettandolo perciò come squilibrio tra importi chiesti inadeguati e costi di gestione esosi.

Gestione che negli ultimi dieci anni ha quasi raddoppiato i costi delle bollette: +81%, un aumento considerevole che non ha migliorato in alcun modo la rete, tanto che il 54% dell’acqua immessa viene dispersa.

La bilancia pende naturalmente sempre a sfavore dell’utente, che oramai tra bollette mancate, in ritardo, morose o eccessive, nel tempo ha perso completamente la bussola.

E mentre i sardi, già vessati da tassazioni di ogni genere e in un periodo di forte crisi come questo sono in dubbio sul dover rispondere positivamente o meno a questa richiesta, Abbanoa incalza minacciando slacci di utenze a coloro che non pagano, senza considerare come diritto un bene comune inalienabile e prezioso come l’acqua.

Le associazioni, tra le quali Federconsumatori e Adiconsum, per primi hanno invitato a vedere come non dovuto il pagamento di questo conguaglio retroattivo.

Ed è proprio il presidente di Adiconsum per primo a chiedere ai sardi di sospendere il pagamento, poiché sostiene che questo sia semplicemente il risultato di mancate fatturazioni negli anni per decine di migliaia di utenti. Abbanoa chiede ora, tra le altre cose, una tariffa slegata completamente dalla congruità di consumi singoli, rendendola oltretutto iniqua nel tentativo di sanare le falle di una gestione non ottimale del servizio.

I cittadini, evidentemente contrariati, hanno presenziato numerosissimi l’assemblea di Adiconsum ad Oristano il 31 maggio: l’associazione procederà con richiesta di annullamento e diffida, esposto alla procura e cause cumulative in tribunale, rinnovando il consiglio di sospendere il pagamento.

E così le comunità cercano difesa da queste pretese incongrue e improvvise: già dei sindaci, Emanuele Cera di San Nicolò d’Arcidano e Riccardo Sanna di Pabillonis, aderiscono alla protesta invitando per primi i cittadini a bloccare i pagamenti richiesti, chiamando in causa una Regione silente e incapace di posizioni vere a tutela dei sardi.

Credo che in un momento in cui la crisi imperversa, e i cittadini si sentono fragili e intimiditi da richieste che giungono perentorie (nonostante la prescrivibilità renda tale richiesta inadeguata sotto il profilo legale) si rende necessario osservare la distanza che sempre più è evidente tra cittadino ed ente, utente ed erogatore, un disequilibrio di posizioni che vede un servizio che dovrebbe essere tutelato come una fonte di ricatto, una incapacità di gestirsi dell’ente come una mancanza invece degli utenti, un diritto violato come una pendenza.

In un momento in cui tutti i parametri dei valori sembrano invertirsi, in questa ennesima prova di sistemi gestionali calati dall’alto in cui i cittadini si sentono sottomessi e esclusi da processi partecipativi, credo sia necessario chiedere posizione a organi quali Regione, assessori e comuni in toto.

Come cittadina in primis, come portavoce e referente di un comitato che si occupa di ambiente (No trivelle in Sardegna) e quindi di tutela di beni comuni e inalienabili, sento di stare dalla parte delle associazioni che richiamano al diritto e alla conservazione di logiche di tutela, che vogliono chiarezza per gli utenti.

Il cittadino non può esser la toppa con cui si riparano le falle continue di sistemi sgangherati, le minacce non devono essere il metodo con cui convincerli a rinunciare alle proprie sacrosante ragioni.

Le politiche di centrodestra e centrosinistra, alternatesi nel tempo e oramai indistinguibili per propositi e metodi, non hanno mai posto alcun accento sulla salvaguardia di beni ne mai, nel loro governo, hanno cercato di dare regola a coloro che sono chiamati a gestirli.

Questo è sicuramente un punto non trascurabile: prendere coscienza dei fatti, di cosa fa in concreto per noi chi chiamiamo a governarci, a quali dipendenze ci sottopone e come.

Ci siamo abituati a perdere questo tipo di indipendenza mentale, cosciente e responsabile dal momento in cui l’abbiamo ceduta e la cui riconquista, creando e cercando le alternative, porterebbe invece alla fiducia nel diritto: chiamando in causa una legislazione che può e deve star dalla parte di chi subisce il torto, che intende come fattore naturale l’intervento di una RAS che deve levar la voce nel momento in cui si crea davvero un disequilibrio tra il richiesto il dovuto.

Credo questo sia il momento in cui la riflessione è d’uopo, da parte di tutti, sulle attuali politiche e governi che mettono mano a tutto quello che ci interessa da vicino, e sia dovuta sopratutto l’osservazione di come, in mancanza di una democrazia veramente partecipata dei cittadini che vedano ogni processo dalla sua progettazione alla sua attuazione da vicino, il ribaltarsi dei ruoli e delle pretese diviene di facile attuazione, con un’arroganza che cresce insieme alla pressione dall’alto, fino a soffocare.

Perché il cliente chiede e vuole garanzia di un buon servizio, che è anche la tranquillità di un dare e avere reciproco che garantisca per lo meno che al danno non si aggiunga la beffa di dover porre rimedio alle falle altrui.

Nessuno deve toccare in nessun modo i beni comuni primari di sopravvivenza, che spettano in misura identica a tutti come diritto acquisito per nascita, in ogni luogo e in ogni tempo.

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