Reportage sulle recenti elezioni plebiscitarie di Luca Carta Escana – attivista di ProgReS Progetu Repùblica

Uniti si vince, divisi si perde. È sorprendente con quale facilità si possa sintetizzare un grande rito di popolo qual è un’elezione; eppure è necessario calarsi in profondità, analizzare mappe e dati, prestare ascolto ai sommovimenti in atto, interrogarsi sul presente e sulle prospettive per il Paese in questione.

La campagna messa in piedi dagli antindipendentisti in Catalogna – partiti politici, associazione spagnola delle banche e confederazione delle casse di risparmio, il Banco de España (la banca centrale spagnola), il potere mediatico da un lato e quello economico parastatale dall’altro – questo intero blocco si è contraddistinto per la volontà di spaventare chi intendesse esercitare il proprio diritto di decidere. Vediamo se vi è riuscito.


L’appuntamento è nella capitale Barcelona, alle ore 20 in Plaça del Born. Qui assisteremo all’annuncio dei primi exit poll, e lo faremo assieme ai compagni di pensiero di Junts pel Sí. JxSí nasce la scorsa estate con il patto siglato da Esquerra Republicana de Catalunya – la storia dell’indipendentismo catalano – e Convergència Democràtica de Catalunya – l’anima liberale del catalanismo, che per l’occasione ha posto fine ad una quasi quarantennale coalizione con Unió Democràtica de Catalunya. Sono parte della lista unica per l’indipendenza anche Demòcrates de Catalunya (della presidente uscente del Parlamento, Núria de Gispert), MES Moviment d’Esquerres (fuoriusciti dal PSC Partito dei Socialisti spagnoli in Catalogna, in quanto dichiaratisi indipendentisti), più esponenti del mondo accademico, artistico, culturale e sportivo (come il noto allenatore ed ex calciatore, Josep Guardiola). Candidatura d’Unitat Popular è invece riunita non così lontano, presso il Casinò de Aliança del Poblenou. Il partito indipendentista guidato dal giornalista e scrittore Antonio Baños e dalla docente universitaria Anna Gabriel i Sabaté nasce nel 1986, e rappresenta chi voglia fondare la República Catalana su basi radicalmente diverse da quelle odierne. Nella CUP si riconosce chi si oppone ad un capitalismo brutale ed imperante; chi intende rovesciare l’assetto patriarcale della società; chi non si beve la retorica di un’Unione Europea costi quel che costi. Lotta contro la povertà e contro la corruzione; con un’idea di sviluppo ecosostenibile; per la rottura con Madrid, pronti a disobbedire alle leggi spagnole. Avvio dunque di un processo costituente che porti alla dichiarazione d’indipendenza, facendo della Catalunya un nuovo Stato. Poi ci sono gli antindipendentisti, riuniti chissà dove (…)

Ecco le prime proiezioni: Junts pel Sí risulta nettamente la formazione più votata; grande balzo in avanti della CUP. La folla esulta e gode del fracasso di Unió e del PPC Partido Popular spagnolo in Catalogna; ottima prestazione di C’s Ciudadanos: saranno i visi puliti di Inés Arrimadas ed Albert Rivera (catalano di nascita) le nuove armi dello spagnolismo? Sul megaschermo seguiamo la diretta di TV3. La televisione catalana fa le cose in grande: studio allestito all’interno del Palau del Parlament, in una sala illuminata che comunica la solennità del momento; costanti aggiornamenti, ampio il ventaglio di opinioni, collegamenti con gli inviati da Londra, Berlino e Bruxelles (alla faccia di chi parla di elezioni “regionali”); addirittura una grafica che virtualmente posiziona i/le neodeputati/e negli scranni del Parlament (una volta accertata l’elezione). La trasmissione è dinamica, condotta con professionalità, ovviamente in lingua catalana, senza concessioni da riserva indiana in stile RAI.

In piazza sventolano i vessilli delle nazioni senza Stato: Galles, Galizia, Bretagna, Paesi Baschi, Quebec. Francamente non capiamo per quale motivo le uniche bandiere di partito presenti siano sarde: necessàriu fiat? E se invece ragionassimo su un simbolo che ci unisca nella battaglia per l’autodeterminazione del popolo sardo? Noi crediamo possa essere l’Albero Arborense. Trascorrono le ore e lo scenario va sempre più delineandosi. Arrivano i capitani di Junts pel Sí: cori, strette di mano, selfie, grandi sorrisi. Sullo schermo appaiono esponenti della CUP: convinti applausi e mani metaforicamente tese verso chi è diventato l’ago della bilancia. Tanta è la soddisfazione, ma è come se mancasse qualcosa… Questa sensazione ci accompagnerà a lungo.

I risultati. Cominciamo col dire che il tasso di partecipazione alle elezioni generali catalane è stato il maggiore di sempre: ha votato il 77,5% degli aventi diritto e, benché altrove si voglia spacciare un alto tasso di astensione come cosa fisiologica, la situazione in Catalogna mostra come l’elettorato messo alle strette non abbia avvertito pericoli, anzi abbia gradito assumere posizioni radicali. Ovvero, ha scelto di riflettere sui problemi per arrivare alla radice degli stessi, dando fiducia a chi ritiene potrà essere portatore di soluzioni vincenti. La Catalunya non si è spaccata in due, ché non è mica una mela (!): il fronte per l’indipendenza formato da Junts pel Sí e dalla Candidatura d’Unitat Popular ha ottenuto due milioni di voti (pari al 47,8% dei votanti) e la maggioranza assoluta dei seggi (72 su 135). Cosa ha generato questa fruttuosa raccolta? Sulle pagine di Ara [Imoi] prova a spiegarlo lo scrittore catalano Antoni Vives: “La generositat ideològica, organitzativa, comunicativa i tàctica ha estat tan gran que potser per fi podem començar a dir que els catalans comencem a madurar políticament.” Maturare politicamente.

A Barcelona città, il voto indipendentista (Junts pel Sí + CUP) conquista il 44,4% contro il 41,3% degli antindipendentisti (PPC, PSC, C’s). Anche nella capitale si registra una maggioranza a favore di un futuro referendum per l’indipendenza, pari al 57% dei votanti (ha votato il 77,7% dei barcelonins). A livello nazionale la Catalogna centrale premia gli indipendentisti con percentuali che oscillano tra il 63% ed il 76%, mentre nella circoscrizione di Tarragona JxSí e la CUP conquistano 10 seggi su 18 (bene C’s, 4), ed in quelle di Girona e di Lleida il fronte indipendentista ottiene addirittura il 64,6% ed il 63,3% dei voti espressi. Pur con un differente peso, indipendentisti e antindipendentisti consolidano dunque il proprio consenso sul territorio, ma se i primi appaiono più compatti e coesi, i secondi conoscono un notevole rimescolamento interno, con Ciudadanos che ‘’ruba’’ voti al PPC ed in misura minore al PSC. L’ovest, il nord e sostanzialmente le regioni interne fanno registrare una netta maggioranza catalanista; gli unionisti invece ripongono le loro speranze nell’est, nel sud, lungo la costa.

Inoltre, importante sottolineare che i risultati di Catalunya Sí Que es Pot (360 mila voti, 11 seggi ottenuti) ed Unió Democràtica de Catalunya (100 mila voti, nessun seggio) certificano una maggioranza pari al 58,2% a favore della convocazione del referendum per l’autodeterminazione del popolo catalano. Quel giorno, c’è da aspettarselo, più di qualcuno dell’attuale blocco antindipendentista (PPC, Ciudadanos, e soprattutto PSC) disobbedirà votando Sí. Dei due partiti storici, se l’uno si felicita di avere evitato il tracollo – il Partito dei Socialisti spagnoli in Catalogna perde 4 seggi rispetto al 2012, assestandosi a quota 16 (nel 2003 ne aveva 42), l’altro si lecca le ferite – il Partito Popolare spagnolo in Catalogna si ferma a quota 11, perdendo 8 seggi rispetto al 2012 (e tornando ai livelli del 1999).

Conclusioni. Che sia chiaro: chi si para dietro la formula “maggioranza assoluta dei seggi, ma non dei voti”, chi lo fa ignora che l’indipendentismo catalano va affermandosi perché intravede il traguardo, proprio perché manca tanto così. Una dichiarazione unilaterale d’indipendenza non ci sarà; le trattative tra le forze indipendentiste saranno difficili ed estenuanti, potrebbero procedere rapidamente o perfino arrestarsi in balia di un vento che non c’è, tra miasmi minacciosi. Ma se prevarrà il desiderio di “conoscerce a fondo, compenetrarse, transigir, pactar” come ebbe a scrivere lo scrittore e giornalista Agustí “Gaziel” Calvet nella primavera del 1931 su La Vanguardia, il percorso di libertà nazionale giungerà a compimento.

Scocca dunque la hora diplomatica: ci si gioca crescente consenso e credibilità. Se la CUP non rinuncerà al proprio veto su Artur Mas (poco probabile un passo “di lato” del medesimo), la Generalitat de Catalunya non avrà un President, non si formerà un Govern e si andrà a nuove elezioni. Sappiano le compagne ed i compagni catalani che hanno un’enorme responsabilità, tanto verso il loro Paese quanto verso chi guarda con fiducia e trae ispirazione dalla lotta per la rinascita della República Catalana. Prevalga l’amore patriottico, il buon senso e la lungimiranza.

Occhio alla politica del “tutto e subito”, del fare da soli “purché si faccia”. Noi indipendentisti euromediterranei crediamo nel dialogo, in un progressivo e paziente lavoro di incontro con l’Altro; intendiamo conquistare il centro dell’agone politico avanzando le nostre proposte; desideriamo allargare la base sociale promuovendo una pedagogia dell’indipendenza; pretendiamo lo stesso rispetto che portiamo all’avversario antindipendentista, che non criminalizziamo ma del quale contrastiamo – alla luce del sole – il suo essere adversus al riconoscere la personalità nazionale della Sardegna, che esiste, vuole continuare ad esistere e che per questo faremo Stato.

Bivat sa Sardigna, Bivat sa Catalogna! Viva, Viva!

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Fotografia: El Matí Digital

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