Simboli, memoria, appartenenza

28 aprile 2012 Lascia un commento »
Angioy

Di Omar Onnis,
Presidente di ProgReS – Progetu Repùblica

Il 28 aprile 1794, a Cagliari, una folla raccogliticcia ma determinata prendeva il Castello, conquistava la torre di San Pancrazio (antica prigione della città) e liberava i due stimati personaggi che vi erano stati rinchiusi, perché sospettati di sedizione. Da lì cominciava il moto popolare che condusse la Sardegna a liberarsi dei funzionari piemontesi – viceré in testa – e a governarsi da sola per qualche mese. Da lì partono le vicende più significative della Rivoluzione sarda, conclusasi solo nel 1812, con la dura repressione dei “congiurati” di Palabanda, nell’ottobre di quell’anno (il prossimo autunno ci sarà il duecentesimo anniversario, dunque).

Eventi inseriti a pieno titolo nella storia europea dell’epoca, con legami ideali e anche diretti con ciò che accadeva oltremare e che vide il coivolgimento di larghe fasce della popolazione in tutta l’Isola, in un quadro d’insieme dal chiaro significato politico. Una vicenda che nel suo complesso non ha eguali in ambito italiano. Quell’ambito italiano in cui a forza si ci si ostina a voler incastrare la storia della Sardegna e dei sardi, senza mai riuscirci, tanto da doverla alla fine rimuovere.

Sa Die de sa Sardigna, la celebrazione che rievoca quel 28 aprile del 1794, è un corpo estraneo dentro la narrazione dominante che ci vuole privi di una nostra storia, prigionieri di una assenza a cui avremmo saputo rispondere nel corso delle epoche solo resistendo alla civilizzazione che arrivava da oltremare. Meri oggetti delle forze che hanno attraversato il tempo degli uomini, senza una nostra esistenza positiva, ma solo una possibilità di rispecchiare, in termini oppositivi, la storia altrui. Sa Die, per ciò che evoca, sia del passato sia del presente, è troppo ingestibile, per essere amata dall’establishment che domina la Sardegna e la gestisce per conto terzi. Tanto la congrega della politica di Palazzo, quanto l’apparato accademico, o il sistema mediatico principale, tutti hanno interesse a mantenere in piedi una narrazione in cui non vi sia spazio per una visione più obiettiva, più onesta, e proprio per questo potenzialmente liberante, delle nostre vicende storiche. La celebrazione del 28 aprile invece scompagina i giochi, costringe a uno sguardo diverso su noi stessi, sollecita curiosità, domande, voglia di conoscersi meglio.

A dispetto dei tentativi di ridimensionamento storico, la rivoluzione sarda è stato un momento importante, grande e drammatico, decisivo anche per il nostro presente. Niente a che vedere con la retorica autonomista, o paranazionalista del sardismo (che non ama questa ricorrenza). Non si tratta di una storia minore, di provincia, tanto meno di provincia italiana. Con la storia italiana la rivoluzione sarda non ha nulla a che fare. Si tratta invece semplicemente ma indubitabilmente di una pagina di storia nazionale sarda.

La Sardegna era allora – come per tutto il corso della sua storia – totalmente immersa nel flusso degli avvenimenti e delle idee europee. Il mito debilitante che ci vuole perennemente esclusi, periferici e in ritardo, trova qui una smentita evidente e inconfutabile. Gli uomini e le donne che si trovarono a vivere quei momenti erano perfettamente dentro quei processi culturali e politici. Esisteva una borghesia, una intellettualità, formatasi malgrado la cappa conformista dei governi piemontesi. Esistevano vasti strati di popolazione partecipi alle vicende del tempo. Giovanni Maria Angioy, nel suo memoriale rivolto al Direttorio (il governo della repubblica francese,1799), poteva affermare che in Sardegna tutte le persone consapevoli sostenessero la “causa della libertà”: professori universitari, avvocati, medici, commercianti, nobiltà non feudale e persino preti e curati. Parla di patrioti, parla di Repubblica sarda.

Lì c’era l’orizzonte storico in cui si inscrive questa vicenda, lì c’erano i fondamenti ideali su cui si basava l’azione e spesso il sacrificio delle tantissime persone che tentarono di fondare la repubblica di Sardegna, sottraendola al “giogo tirannico del principe di Piemonte” (come scriveva Angioy, e non mai “re di Sardegna”).

Il fallimento della rivoluzione sarda è il fondamento della nostra subalternità attuale. Da lì nasce l’assetto socio-economico, culturale e politico che ha dominato e schiacciato la Sardegna fino ad oggi. Mentre Giovanni Maria Angioy scriveva accorate parole per perorare l’occupazione francese dell’Isola, come garanzia dell’istituzione di una repubblica al riparo dalle forze reazionarie europee, la classe dominante sarda accoglieva a Cagliari i reali sabaudi in fuga da Torino, cacciati dall’invasione napoleonica del Piemonte. Una situazione estremamene vantaggiosa, quella che si presentava in Sardegna, in cui sarebbe stato possibile ottenere qualsiasi concessione da un re praticamente in ostaggio. Invece quello stesso 1799 fu l’anno dell’assedio a Thiesi, con tanto di cannoneggiamento sul villaggio, e morti, feriti, prigionieri. Tre anni dopo sarà la volta di Francesco Cilocco, strenuo agitatore delle forze rivluzionarie sarde, catturato a tradimento e barbaramente torturato e ucciso nel suo ultimo tentativo di sollevare la popolazione del nord Sardegna contro il regime sabaudo.

Anche nel 1812, quando una ampia aggregazione di forze borghesi e popolari organizzava la sollevazione a Cagliari, i Savoia erano lì. La cosiddetta congiura fu scoperta grazie a una delazione e ferocemente debellata.

La classe dominante sarda aveva fatto la sua scelta. Sin dal 1799 erano state persino ritirate le famose Cinque Domande, dal cui rifiuto da parte del re erano nati i gravi malumori che avevano poi portato ai fatti del 28 aprile 1794. La scelta era di accontentarsi del ruolo di intermediazione tra il potere – esterno – e la Sardegna. Senza alcuna assunzione di responsabilità. Privilegi garantiti e interessi della corona rispettati: il patto col diavolo con cui la classe dominante sarda respingeva la possibilità di farsi classe dirigente in senso moderno.

Ciò che ne è seguito, in questi ultimi duecento anni, è sotto gli occhi di tutti. Una modernità che anziché entrare dalla porta è stata calata dall’alto, scoperchiando la casa, sconnettendone le fondamenta. La Sardegna è stata imprigionata in una gabbia fatta di isolamento, impoverimento, depressione economica e demografica, costretta in un orizzonte asfittico, periferico e provinciale, in cui potevano giusto trovare sfogo i particolarismi, le divisioni, le invidie. Tutti mali nati e prosperati dalla privatizzazione delle terre comuni, dalle dinamiche di accumulazione diseguale, di rapina. Dal tutti contro tutti che lo scardinamento dei vecchi sistemi produttivi, delle vecchie reti di relazioni e di produzione materiale e immateriale aveva generato. Possiamo dire di essere usciti da questa gabbia?

Onestamente, al di là del mito tecnicizzato della nostra autonomia “regionale”, del sardismo, del folklore e dell’identità posticcia e subalterna che ci hanno cucito addosso, possiamo serenamente affermare di essere ancora lì, prigionieri, bloccati, costretti da catene mentali e politiche che non riusciamo nemmeno più a vedere, a riconoscere come tali. Le chiamiamo con i nomi che la neo-lingua della dipendenza ha forgiato per noi. Ci crogioliamo nel pocos, locos y mal unidos, nel mito della nostra pochezza intellettuale, dei nostri difetti congeniti (un tempo la delinquenza, oggi l’incapacità di badare a noi stessi).

E intanto il mondo gira. Solo noi stiamo fermi. O almeno, questa è la sensazione che continua a propalare e a farci interiorizzare l’egemonia culturale di subalternità e miseria in cui siamo immersi.

Eppure la Sardegna produce creatività, talenti, cultura. Produce bellezza, produce senso. Lo ha sempre fatto. Dalla musica all’arte, dalla letteratura all’artigianato, alla moda, alla grafica, all’informatica. Una popolazione di 1 milione e 700 mila persone genera un flusso di idee, parole, colori, manufatti degno di una terra produttrice nel tempo di grandi momenti di civiltà. Perché questo è stato ed è la Sardegna.

Così, ricordare e celebrare il 28 aprile 1794 è un dovere verso la storia, verso chi ci ha preceduto su questa isola “al centro della civiltà europea”, morendo per essa e non in nome di qualcos’altro. Al sangue versato per l’Italia – tanto osannato e rinfacciato a chi metta in discussione i rapporti di dipendenza e lo status quo che ci stanno uccidendo – forse è il caso di preferire, nel macabro rituale dela contabilità dei morti ammazzati, quello di chi si è sacrificato per la Sardegna, perché fosse una terra libera, in cui il suo popolo potesse esprimere se stesso, nel bene e nel male, ma con la responsabilità piena della propria esistenza.

Ricordare e celebrare il 28 aprile 1794 significa evocare un simbolo potente di emancipazione, significa sottrarci alla retorica della nostra perenne sconfitta. Significa riscuoterci dall’incantesimo della subalternità inevitabile. Per questo si tenta in ogni modo di sminuirne la portata, di ridimensionarne il significato e persino di falsificarne i tratti concreti, i fatti e gli eventi che la costituiscono e che vi sono collegati. Un’operazione puramente ideologica, strumentale alla conservazione degli attuali assetti di potere e di interesse.

Riappropriarci di questa data simbolica ha dunque diversi livelli di lettura. La ricongiunzione pacificata con la nostra storia, innanzi tutto. Non perché sia migliore o peggiore di altre, ma perché nostra, appunto. Ricongiunzione che ci consenta di ubicarci nel tempo e nello spazio, senza equivoci, in modo da capire dove e quando siamo adesso. E chi siamo. Ed ha anche una portata politica più diretta, perché aiuta a mettere in discussione un sistema egemonico che sta finendo in questi anni di devastare il tessuto socio-economico dell’Isola, minacciandone l’anima stessa.

Per queste ragioni dobbiamo celebrare con la giusta consapevolezza sa Die de sa Sardigna. Non c’è nulla di sciovinistico o di provinciale in tutto ciò. Tutt’altro. Festaggiamo, sentiamoci almeno in questa occasione parte di una storia comune, nazionale, per altro bella, interessante, assolutamente degna di essere un elemento fondante della nostra memoria collettiva. Per rendere omaggio ai martiri della nostra libertà e per costruire un solido ponte tra il passato e il futuro, in nome della nostra dignità e della nostra aspirazione a una vita migliore.

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Commenti

  1. Bru Lay scrive:

    Veramente assurdo che chi scrive i libri di storia, lo faccia a sua immagine e somiglianza, cancellando di fatto qualsivoglia riferimento… come a dire che altrimenti la Sardegna e i sardi, avrebbero potuto togliere la leadership di immagine ad altre parti d’Italia. Direi che di questi giochetti son pieni zeppi i libri… desgustibus!

  2. […] niente meno che la vera festa dei sardi non mi pare proprio il caso. La festa dei sardi era un’altra, il 28 aprile. I tentativi di ridimensionarla a celebrazione – questa sì – folkloristica, a […]